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IL LAVORO ESECUTIVO E IL LAVORO PENSANTE
by bruno trentin |
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Io parto volentieri da una lettura di sinistra che è certamente presente nel bel libro di Vittorio e di Andrea, ma che manca ancora come coscienza collettiva nei grandi soggetti politici e sociali del nostro paese.
Una lettura di sinistra della trasformazione del lavoro che è poi, lo ricordava Carlo Callieri, il tema del libro. Una trasformazione del lavoro che porta con sè un ampliamento dei suoi orizzonti, il superamento progressivo di tante barriere interne che hanno fin qui segmentato il mondo del lavoro. Devo dire che io vedo in tale processo solo in parte una ripresa della storia, e dunque su questo punto esplicito un qualche dissenso con le tesi sostenute da Callieri. Mi appaiono infatti molto forti gli elementi di rottura: la crisi del fordismo, le nuove tecnologie dell'informazione, i contenuti del lavoro che diventano un fattore discriminante delle capacità competitive delle imprese. Mi sembrano siano tutti elementi che stanno portando, un pò in tutti i campi dell'attività lavorativa, il passaggio dal lavoro esecutivo, "cieco", al lavoro pensante. E che stanno creando opportunità, credo fino ad adesso mai esistite, mai verificatesi, di ricomposizione della persona che lavora. Per la prima volta, gli imperativi posti dalle nuove tecnologie e, laddove ci sono, da nuove forme di organizzazione del lavoro, si traducono nella promozione del lavoro e nell'identificazione del lavoro col sapere. Averlo messo in evidenza credo sia un grande merito del dialogo, anche polemico, che c'è fra Vittorio e Andrea nel libro. Perché questo processo riguarda tutte le forme di lavoro. Sia il lavoro dipendente, quello cosiddetto tradizionale, o garantito, che si va trasformando anche nelle sue attività più modeste, ed investe sempre più il modo di lavorare, il modo di pensare, la necessità di essere responsabili dei risultati. Sia tutte quelle attività e forme di lavoro che, stanno su una frontiera molto labile, come dice Foa, di lavoro para-subordinato, di lavoro autonomo, di auto imprenditorialità. Nasce da qui, a fronte di questa che è la più rilevante delle trasformazioni in atto, l'interrogativo su qual'è stata la capacità di reazione, la capacità di risposta, la tempestività con la quale i grandi soggetti politici e sociali hanno provato a dare un chiave di lettura di sinistra, per rispondere all'interrogativo di Moretti, a queste trasformazioni. Su questo terreno credo si si debba constatare un grande ritardo. Un grande ritardo certamente delle forze politiche, che hanno visto, da tempo, rinsecchire il loro rapporto con la società civile, una società civile data quasi come cristallizzata nelle sue categorie ideologiche e quindi da non rivisitare. Ma c'è stata una relativa sordità, o comunque una difficoltà ad impadronirsi di questa problematica da parte dello stesso soggetto sindacale, che non è ancora riuscito ad affrontare compiutamente la necessità di una rappresentanza di determinate forme di lavoro che non sia rappresentanza di una nuova ghettizzazione. Il fatto è che davvero non esistono più fortezze inespugnabili. Ci sono i garantiti e quelli che non lo sono, ma le trasformazioni passano dappertutto e, quindi, non c'è più nessun terreno rassicurante sul quale il sindacato possa pensare di consolidare il suo potere e la sua influenza se non si rimette direttamente in discussione. In questo contesto le grandi variabili diventano, a mio parere, da un lato l'organizzazione del lavoro, l'occasione di costruire e riconoscere competenze, e dall'altro lato la capacità di formare il lavoro umano. A fronte di queste due scelte, che attengono alle decisioni di uomini in carne e ossa, non sono un portato fatale della storia, non vanno sottovalutate, e nel dialogo fra Andrea e Vittorio non sono affatto sottovalutate, la consistenza e la capacità di resistenza di coloro che si oppongono a queste trasformazioni. In maniera molto schematica parlerei di una triplice resistenza: della scuola, dell'impresa, del mondo del lavoro. E' una resistenza di "strutture" più che di singole persone. Delle strutture della scuola rispetto ad un nuovo modo di collegarsi con i nuovi luoghi del sapere, magari perché stanno nell'impresa, tradizionalmente considerate "altro" rispetto ai luoghi della cultura. Dell'impresa che, di fronte alle trasformazioni impetuose del mondo del lavoro, a un grado di flessibilità che, malgrado tutte le polemiche, sta raggiungendo in Italia dei livelli altissimi, ad un grado di mobilità del lavoro che è simile, nel settore privato italiano, a livelli americani, continua spesso a ritenere che l'investimento nel sapere della forza lavoro è un costo dall'esito incerto. Questo dibattito ha portato, per ultimo in Francia, alcune imprese a sostenere in esplicito che investire nella formazione vuol dire lavorare per la concorrenza: se ho un contratto con un lavoratore, che resterà 6 mesi da me, perché devo investire risorse, scommettere sul suo futuro quando il suo futuro non è nella mia azienda, non è nella mia impresa? C'è infine una profonda resistenza di tipo culturale nel mondo del lavoro che ha considerato sempre la formazione come un passo ulteriore da affrontare nel corso della propria esperienza lavorativa, come un sacrificio necessario. Al punto che, per molto tempo, si è rivendicato fosse pagato. Io credo che tutte assieme queste resistenze rispetto alle trasformazioni in essere portano il lavoro a vivere una contraddizione sempre più drammatica. Da un lato una domanda, non più di fedeltà, ma di responsabilità sull'esito del lavoro, che promana dall'organizzazione imprenditoriale; dall'altro una situazione d'instabilità, di precarietà, d'incertezza sul futuro che contraddice l'impegno responsabile nell'espletamento di un'opera. A mio avviso si esce da questa contraddizione soltanto offrendo, rivendicando, non la sicurezza del posto di lavoro, ma una impiegabilità, cioè una capacità di trovare, nel mondo del lavoro, nuove possibilità, se possibile in salita, di ricollocazione. Da questo punto di vista sono veramente d'accordo sul fatto che McDonald's non costituisce un problema. Purché il ragazzo che lavora due anni da McDonald's, e dico molto, abbia la prospettiva di non finire la sua vita lì, di non diventare un vecchio inserviente, ma di progredire nella scala sociale. Ecco, io credo che non affrontare un'operazione come quella che viene prefigurata da Ranieri e che Foa commenta in modo così acuto, comporti un costo enorme. Certo, non è un'operazione facile. Perchè l'interesse dell'impresa, in un mercato del lavoro flessibile, nei confronti degli investimenti in formazione, finisce per essere limitato ad un nucleo molto ristretto, ad un'elite di tecnici e di lavoratori professionali. (Quant'anche fosse interessata tutta l'area dei lavoratori della conoscenza saremmo, pur sempre, nella migliore delle ipotesi, attorno al 30% della forza lavoro occupata). Perchè c'è un obiettivo ritardo del sindacato nell'affrontare il tema della formazione e della ricerca non come un tema di grande importanza, ma come "il tema" sul quale qualificare il suo progetto di società. Perchè un ulteriore ostacolo alla realizzazione del "proprio" masterplan, viene dal fatto che la struttura scolastica non è facilmente malleabile, non appare in grado di aprirsi sufficientemente, spontaneamente, al nuovo. (Sia chiaro. Non ignoro le moltissime e importanti eccezioni che ci sono. Ma ciò non elimina il problema generale, e cioè la definizione di un rapporto fra scuola e impresa in cui i docenti e discenti possano riacquisire, rinfrescare, aggiornare le loro competenze in un rapporto diretto con l'esperienza del lavoro). Ma è un'operazione indispensabile. In questo quadro si pone allora davvero il problema di sapere, al di là di quello che possiamo immaginare come architettura tripartita di finanziamento della formazione continua, che cosa manca a questa impostazione per diventare la priorità delle priorità della politica economica e sociale del governo. E la priorità delle priorità di un'organizzazione sociale come il sindacato. Io credo che l'elemento che può trasformare l'impegno del sindacato in un protagonismo effettivo, in grado di condizionare le scelte altrui sia la scelta di fare della formazione permanente un elemento essenziale della contrattazione collettiva. Penso ad esempio alla possibilità di definire nella contrattazione collettiva un contributo dei lavoratori da destinare al finanziamento, assieme allo Stato, alle imprese, alla Comunità Europea, di una politica di formazione continua. Ciò vuol dire, lo so bene, rovesciare il rapporto che, tradizionalmente, il sindacato ha avuto con l'impresa su questi temi. Vuol dire fare del salario al quale si rinuncia, per avere formazione, un salario in natura. Vuol dire fare della formazione una assicurazione sul futuro. Vuol dire fare della formazione uno strumento di impiegabilità. Vuol dire rendere, davvero, i lavoratori protagonisti anche perché sono capaci di metterci del proprio, in termini di salario, di orario di lavoro, di organizzazione del lavoro compatibile con il momento dell'apprendimento e della conoscenza. Ecco, io vedo in questo l'elemento, se diventa parte di un grande progetto sindacale, e di un grande progetto politico, che può far cambiare pagina. Penso in definitiva, e vengo ad una risposta piena alla domanda di Moretti, ad un grande progetto politico sulla formazione, sulla ricerca, sull'innovazione, che dovrebbe essere, appunto, la grande priorità che va oltre i parametri di Maastricht. Sono convinto infatti che guadagneremmo tutti molto ad avere, oltre ai parametri del debito pubblico, al risanamento del bilancio dello stato, del tasso d'inflazione, un nuovo parametro che potrebbe essere l'investimento di uno Stato, o di una collettività, in ricerca e sviluppo, in formazione continua, fissando dei traguardi nel tempo rispetto a quelli che sono gli strumenti insostituibili di una politica dell'occupazione. E arrivo subito all'ultimo tema che volevo trattare, anche perché assume un rilievo particolare nel libro di Andrea e di Vittorio: l'Europa. La consapevolezza che non si può immaginare un grande progetto di società, fondata sulla conoscenza, come è stato riproposto, per esempio, con molto coraggio e intelligenza, dalla presidenza portoghese, ma anche nell'ultimo semestre italiano, senza pensare in termini europei, senza vedere l'Europa in termini positivi. Io penso che la scelta dell'Euro, l'imposta per l'Europa, sia stato un modo straordinario di vedere l'Europa in positivo. E' stato quello il momento in cui le forze che hanno portato avanti quella scelta dolorosa, hanno raggiunto, probabilmente, il maggiore consenso nell'opinione pubblica italiana. E' questo un dato che ci dovrebbe far riflettere molto. Perché una scelta del genere non può essere il segno di una nazione rassegnata. Nel momento in cui addirittura si impone un costo di questa natura, vuol dire che le persone hanno capito che questo percorso corrispondeva ad una grande prospettiva di partecipazione ad un lavoro comune, in una dimensione più grande che era la dimensione europea, per uscire dalla svalutazione competitiva come unica arma di un paese che sta ai limiti dello sviluppo industriale, dello sviluppo avanzato. Pensare oggi l'Europa in positivo vuol dire ripensare con coraggio a quale guida politica l'Europa può aspirare, nel momento in cui, si apre alla partecipazione di altri 18 paesi e rischia di diventare ingovernabile, o di rifluire come zona di libero scambio, senza potere imprimere un governo dell'economia che faccia almeno da interfaccia, da interlocutore per i diversi paesi, superando una politica dei piccoli passi che rischia di portarci nel nulla. La sfida che abbiamo sul fronte dell'Europa, è di enorme portata, e si riferisce al ruolo che l'Europa avrà nel processo di mondializzazione dell'economia. Saprà, e come, l'Europa resistere ad una tentazione protezionista, magari ammantata da accenti di sinistra per difendere la propria agricoltura contro le esportazioni dei paesi del Terzo Mondo, per difendere industrie tradizionali e superate rispetto a paesi che possono produrre gli stessi beni a costi minori? Io ho visto anche questa faccia negli avvenimenti internazionali non soltanto la presenza democratica, la volontà di contare, ma anche la resistenza protezionista ad un dialogo vero col terzo mondo, non fittizio. E vedo questo pericolo anche in Europa, se è vero come è vero che fra 4 anni apriremo le nostre frontiere ai paesi dell'est, a paesi come l'Ungheria, la Romania, la Polonia, Cipro, Malta, Cecoslovacchia. Come pensiamo di affrontare l'impatto che avranno i loro prodotti agricoli? O forse pensiamo, di potere aumentare il bilancio, che è del 50% di tutte le risorse comunitarie, che oggi va all'agricoltura? Come si fa a non pensare che va tutto ripensato in questo quadro, nel quadro di una nuova divisione del lavoro? Come faremo ad affrontare l'impatto migratorio che verrà da tutti questi paesi? Come faremo i conti, nello stesso tempo, con una crisi del nostro stato sociale che sarà segnata, sempre di più, dall'invecchiamento accelerato della popolazione? Siamo anche qui, in qualche modo, ad un punto di svolta che ripropone il tema del sapere, della formazione. Possiamo pensare, con la prospettiva che fra 3 anni, oramai, la classe d'età fra i 55 e i 65 anni supererà la classe d'età fra i 15 e i 25 anni d'età, di andare avanti con i pre-pensionamenti, con le pensioni di vecchiaia? Mandando a casa, come ormai molte imprese fanno, un lavoratore che ha più di 45 anni d'età se non ha una qualifica adeguata e aggiornata? O dobbiamo invece porci il grande problema, anche sfruttando il fatto che mediamente si vive, ormai, 10 anni in più, di riportare queste persone ad un'attività lavorativa, magari diversa da quella esercitata fino ad allora? Beh, per milioni di persone che hanno superato una certa soglia d'età, questo è impossibile senza una politica mirata alla formazione, alla ricostruzione, in molti casi, di una cultura di base per potere acquistare un nuovo specialismo. Ecco, io vedo nell'Europa queste grandi sfide, sulle quali si può costruire un progetto di società, si può cercare da sinistra una risposta alle trasformazioni in atto, si può avere il coraggio, nei fatti, di adottare delle scelte fuori da ogni ambiguità. |