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IL LAVORO INTELLIGENTE
by andrea ranieri |
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Eh no, Moretti! Una delle cose che mi è piaciuta di più, nel portare avanti il dialogo con Vittorio dal quale è nato il libro, è stata la possibilità che la gente la smettesse di considerarmi uno che si occupa soltanto di insegnanti, la possibilità di ragionare insieme sulla formazione come politica generale del sindacato e della sinistra e te mi vuoi far parlare ancora d’insegnanti stasera? Mi sembra un po’ esagerato. Un momento posso anche dedicarlo alla questione, ma non molto di più.
Direi invece che sono proprio contento. E ringrazio tutti gli interlocutori per una cosa dal mio punto di vista importante: hanno letto tutti con molta attenzione il libro. La considero una cosa tutt’altro che banale e la puntualità con cui sono state fatte tutte le osservazioni, è, per me, già motivo di grande conforto. Una delle motivazioni più forti per me, non so quanto questo "sentimento" sia condiviso da Vittorio, nell'affrontare questo lavoro è nata da una sorta di insofferenza verso un dibattito interno alla sinistra in cui c’era, da un lato, chi parlava dell’innovazione come se fosse una cosa neutra, che ha da succedere, che comunque succederà, che si può gestire più o meno bene, ma quella è; e, dall’altro l’idea di una sinistra che, per riconfermarsi in quanto tale, nega l’innovazione e recupera l’identità solamente in una vecchia idea di rappresentanza, in una vecchia idea di wellfare, in una vecchia idea di organizzazione del lavoro. Io penso che, se si resta nell’ambito di questa contrapposizione, c’è la sconfitta in ogni caso. Perché non è vero che l’innovazione è neutra. E perché l’innovazione c’è e cambia in maniera radicale il modo di vivere e di lavorare delle persone. Siamo in qualche modo partiti da qui e abbiamo cominciato a vedere, cercare, delle alternative dentro l’innovazione. Con una prima consapevolezza importante, di cui sono grato a Vittorio Foa in maniera diretta e poi a Bruno Trentin che, da questo punto di vista, è per me un maestro: nella storia del movimento operaio, in realtà, le questioni della persona, della libertà, del controllo sul proprio lavoro, del tenere sempre insieme il valore del mercato, del lavoro, con la soddisfazione che uno prova lavorando, ci sono sempre state. Anche perché non c’è stata una storia del movimento operaio rettilinea e uniforme, ma c’è stata, nella storia del movimento operaio, contraddizione, conflitto. Carlo Callieri dice una cosa importante: la rete, le tecnologie, la scienza che sta nella rete, non reggono i vincoli. Io sono in gran parte d’accordo, anche perchè non reggeva i vincoli la comunità scientifica quando non c’era la possibilità di comunicarla in maniera così rapida, figurarsi adesso. Nessuno pensa dunque di fare della sinistra la regolatrice della rete. Però, dico a Callieri, ci sono due questioni che, davvero, richiedono politica. La prima riguarda il come dalle informazioni che sono nella rete si passa all'utilizzazione produttiva, sociali e civili, di quello che sta nella rete; il come si rimuovono le incrostazioni burocratiche, corporative, di potere che impediscono alla tecnologia di vivificare una società. Questo è un compito tutto politico. E’ una cosa che richiede non solo regole, ma anche una capacità di politica attiva, di proposta, di rimozione dei vincoli. La seconda riguarda il come fare sì che queste possibilità non aprano un nuovo terreno di disuguaglianze, che potrebbero essere addirittura peggiori, più ghettizzanti di quelle di prima. Ecco, io credo che la politica debba considerare queste due cose, in maniera diversa dal passato, ma non meno fondamentali. Lo Stato, la politica, entra in ballo non solo nella dimensione redistributiva, cioè relativamente al come si ridistribuiscono i risultati del profitto, ma anche come condizione dello sviluppo. Senza una politica della ricerca, senza una politica della formazione, senza una politica della scuola, è più forte il ritardo nell’innovazione e sono maggiori i rischi di disuguaglianze sempre più inaccettabili. Sta qui a mio avviso l’importanza della formazione. La formazione per costruire il lavoro qualificato sempre più necessario alle imprese, quei lavoratori della conoscenza, che rappresentano, secondo me, il nuovo paradigma sociale. Attenzione, so benissimo che non tutti sono lavoratori della conoscenza. Butera, che è un ottimista, dice che il 40% dei lavoratori italiani sono lavoratori della conoscenza. In ogni caso anche quando siamo stati nel pieno della fase fordista, i lavoratori fordisti in Italia saranno stati a mio avviso al massimo il 13%. Trentin sostiene che sono stati il 25%, ma credo che lui nel 25% ci metta anche gli operai dell’Ansaldo e della siderurgia di Genova che io non considero lavoratori di massa. In ogni caso nel paradigma precedente i lavoratori che erano pienamente dentro quel paradigma erano meno di quanti sono oggi, nell’età della conoscenza, i lavoratori della conoscenza. In questo contesto la formazione diventa un valore importantissimo anche per il lavoro esecutivo. I rischi in caso contrario sono almeno due: avere il lavoro qualificato da una parte e quello esecutivo dall’altra; appena c’è un cambiamento, appena c’è innovazione tecnologica, chi fa un lavoro esecutivo diventa, come diceva Trentin, anche se ha 45 anni, un peso di cui liberarsi. La formazione è dunque un valore decisivo non solo per il lavoro ad alta qualificazione, ma diventa il fattore di protezione sociale decisivo anche per il lavoro di fascia bassa, che potrà per questa via qualificarsi ed evitare che si scarichino su di esso tutte le contraddizioni del modello di sviluppo. In questo quadro sono assolutamente d’accordo con Trentin sul fatto che o si capisce che questo è, all’interno della contrattazione, un punto di riferimento fondamentale, è la nuova sicurezza - opportunità che si può dare ai lavoratori, oppure rischiamo di perdere la battaglia, e non solo tra i lavoratori qualificati. Ero, pochi giorni fa, ad un convegno a Carpi assieme a Luciano Gallino. La discussione partiva da una ricerca fatta con le donne del settore tessile nel distretto di Carpi. Sono donne che per il 40%, durante l’anno, cambia lavoro, passano cioè da un’impresa all’altra. Qual'era dunque il loro problema? Che ogni volta che cambiavano lavoro ricominciavano da zero. Dovevano ogni volta, nel rapporto col padrone, ricontrattare il proprio ruolo in azienda. Ponevano dunque l'esigenza di avere la certificazione della propria professionalità e ponevano a noi un problema ancora più grosso: chiedevano di essere lette in termini di competenze; chiedevano che il discorso delle competenze non riguardasse soltanto le alte professionaltà, chi farà l’ingegnere o l'informatico; chiedevano che qualcuno studiasse e scrivesse, in termini di sapere, anche in relazione al lavoro di donne tessili come nel distretto di Carpi. Considero questo un grande fattore di uguaglianza. Perchè l’idea che donne di questo tipo vanno protette perché non sanno, è l’idea su cui noi rischiamo di rafforzare una dimensione di minorità del lavoro che noi rappresentiamo. Ecco dunque che ritorna l'importanza della formazione continua. Io non so, adesso che c’è un dividendo fiscale, quale sarà la scelta fondamentale che faremo come sindacato. Certo, è giusto fare una scelta salariale, che guardi in primo luogo ai lavoratori dipendenti, alle pensioni minime. Ma se ci sono dei soldi che è possibile investire sono convinto che questa questione della formazione continua, della formazione permanente, debba diventare la priorità. Questo governo di centro sinistra che si presenterà fra un pò di mesi al giudizio degli elettori non deve perdere l'occasione di dare a questo Paese un sistema di formazione continua, di educazione degli adulti, moderno. Su questo terreno si gioca per davvero la sfida della modernità. Bassolino ha ricordato come ai tempi del patto di Natale cercammo di affrontare il problema; ma credo che il tema sia ancora in gran parte lì. Per questo ritengo si debba utilizzare questo fine legislatura per dare l'accellerazione decisiva. Dopo di che, qui ha ragione Trentin, si va con la contrattazione, e la si fa diventare una cosa che ha un valore per gli stessi lavoratori che contrattano. Questa storia di donne tessili nel distretto di Carpi che vogliono essere descritte in termini di competenze e di sapere, mi riporta alla mente un libro straordinario, che ho letto negli ultimi tempi, "Libertà e sviluppo" di Amartya Sen, dove in buona sostanza si afferma che gli stessi diritti universali vanno riscritti in termini di competenze per le persone e che, in questo quadro, l’azione positiva per insegnare a leggere e a scrivere alle donne africane è stata l’azione più efficace nella lotta contro la mortalità femminile, l’unico modo per frenare il boom demografico di quei paesi. Leggere in termini di competenze il lavoro di tutti; individuare il lato intelligente del lavoro di tutti; definire gli strumenti perché nessuno venga buttato via; riaggiornare sempre le competenze di tutti: sono questi, secondo me, i contenuti di una grande battaglia che tenga assieme, questa volta in maniera non contradditoria, uguaglianza e di libertà. E' una battaglia che può avere un grande valore non solo per i lavoratori ma anche per le imprese, perché la contrattazione del sapere, a differenza di quella del reddito, non è necessariamente a somma zero. Si può prendere di più, tutti, da una contrattazione che ha nel sapere e nella formazione i suoi punti di riferimento. Questo, probabilmente, deve portarci a ripensare anche alle nostre idee e al nostro modo di contrattare collettivamente l’organizzazione del lavoro. L’organizzazione del lavoro il sindacato non la contratta più. Con la crisi della verticalizzazione taylorista, alcune idee generali di controllo collettivo del ciclo sono diventate assolutamente incomprensibili. Probabilmente, se si facesse un referendum e si chiedesse che cosa vuole dire “controllo collettivo del ciclo verticale”, in molti non capirebbero cosa vuole dire. Forse si può cominciare a pensare ad un’idea di contrattazione, di confronto sull’organizzazione del lavoro, in cui si assuma che le possibilità d’apprendimento e di crescita professionale delle persone debbano essere usate come metro di giudizio dell’organizzazione del lavoro. In questo quadro è buona quell’organizzazione del lavoro che permette alle persone di apprendere e di crescere; è cattiva quell’organizzazione del lavoro che schiaccia le persone in un lavoro a professionalità bloccata. Io credo che per questa via si possa ricongiungere il lavoro qualificato del ragazzo che va a fare informatica nell’impresa, con quello delle donne di Carpi, di cui parlavo un momento fa. Per quanto riguarda le cose dette da Antonio Bassolino sui laureati di teologia, voglio annunciare che stiamo cercando di preparare un progetto straordinario per la riconversione e la riqualificazione nei settori delle nuove tecnologie dei giovani disoccupati laureati, a partire dal Sud. E' un progetto, che stiamo portando avanti insieme, nell'ambito dell’organismo bilaterale, con Confindustria, che parte proprio dalle lauree di teologia, di filosofia, di lettere. Nelle nuove professionalità dell’informatica, nella nuova economia che cresce, pensiamo ci sia un ruolo importante per la disoccupazione intellettuale più tradizionale del Sud, che in questo ambito può diventare un’enorme risorsa, un’enorme opportunità. Anche questo può essere un segnale importante. Il segnale che l'aumento delle occasioni di lavoro può andare insieme alla crescita delle persone e della loro qualificazione, e non solo assieme alla diminuizione del costo del lavoro, a sconti salariali non sorretti dagli interventi formativi necessari. Personalmente sono daccordo con Bassolino: la flessibilità salariale può essere anche maggiore di quella attuale, purché sia accompagnata, in maniera indissolubile, a elementi collegati alla crescita professionale delle persone. Se diventa solamente uno sconto sul costo del lavoro, più che un modo per spingere verso l’innovazione, diventa un modo per fare impresa a bassa produttività, agendo solamente sui fattori di costo. In questo quadro ritengo infine che gli interventi mirati al Sud debbano avere una componente formativa, un'attenzione alla persona, ancora più forti che nelle altre aree del Paese. |