LA LIBERTA' E' IL DIRITTO DI SAPERE DELLE COSE
by vincenzo moretti
Grazie a tutti per essere intervenuti.
Questa sera, come sapete, parliamo del libro di Vittorio Foa e Andrea Ranieri, "Il tempo del sapere", edito da Einaudi.
Quando si presenta un libro la cosa per certi versi più banale che si può dire, è: compratelo!
Ebbene vi confesso che lo faccio molto volentieri perché ho trovato questo libro davvero molto bello, e assai ricco di spunti interessanti.
Cercherò dunque di segnalare alcune delle cose che mi hanno colpito nel corso della lettura per poi chiedere ai nostri autorevolissimi interlocutori, Carlo Callieri, Antonio Bassolino, Vittorio Foa, Bruno Trentin, Andrea Ranieri, di commentare e darci ulteriori indicazioni, ulteriori spunti, nuove chiavi di lettura.
Approfitto del fatto che "Il tempo del sapere" non ha incipit per proporne due per la seconda edizione, che, mi auguro, sarà necessaria molto presto.
Il primo è di Wittgenstein che, in una nota del 1946 alle sue Ricerche Filosofiche, scriveva:
"Si potrebbe fissare il prezzo dei pensieri: alcuni costano molto, altri poco. E con che cosa si pagano i pensieri? Io credo così: con il coraggio".
Il secondo è di un bambino della scuola dell'infanzia "Diana" di Reggio Emilia, che ha detto, nell'ambito di un bellissimo lavoro dedicato ai diritti delle bambine e dei bambini:
"La libertà è il diritto di sapere delle cose".
Ora, come sapete, le parole, i nomi, il linguaggio sono molto importanti, perché è attraverso di essi che possiamo accedere e condividere il mondo che ci circonda, con le tante cose che lo popolano.
E dunque ho trovato di grande interesse l'insistenza con la quale lungo tutto il libro Foa e Ranieri ritornano sulla necessità di trovare nuove parole, di dare nomi nuovi alle cose, di dare nomi alle cose nuove che ci sono per essere capaci di vederle ed interpretarle.
Proprio all'inizio del libro, Vittorio Foa ad un certo punto dice: "Forse si è ad una rottura epocale quando non cambiano solo le cose che vediamo, ma, anche, le categorie che adoperiamo per vederle".
E più avanti Andrea Ranieri ricorda di un'iniziativa, partorita dall'attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Tullio De Mauro, e che ha avuto come "testimonial" Roberto Benigni, il cui slogan era: "Parole, non fatti", proprio a sottolineare quanto fosse importante, necessario, rilevante, imparare nuove parole.
E ci ritorna ancora più avanti Andrea, citando la scritta sul muro della scuola di Barbiana, la famosa frase di Don Milani, che dice: "l'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone".
E ancora ci ritornano quando, da un versante più "pubblico", sottolineano l'esigenza di portare le persone a fare domande alla politica.
In realtà le parole sono anche molto legate alle nostre possibilità/capacità di agire. E questo forse è un poco più vero del solito di questi tempi.
In questi anni nei quali, come ci ricorda Sennet, il tempo non è più lineare e i risultati non sono più cumulativi; in cui si esercita un potere senza autorità; c'è il declino delle appartenenze e con esso il declino delle resistenze.
Quelle resistenze che, come ci ricordano Foa e Ranieri, l'esercizio del "comando" nell'era fordista in realtà contribuiva a sollecitare.
E' vero. "Il comando" nell'era fordista era molto rigido, strutturato, in molti casi persino rozzo. Però quel modo "storicamente determinato" di esercitare il potere influiva anche sul livello di risposta e resistenza, per certi versi contribuiva esso stesso a generare gli anticorpi.
Il tempo della flessibilità è per certi versi anche un tempo della precarietà.
Un tempo in cui si determinano sempre nuovi buchi strutturali nelle nostre personalità, e abbiamo continuamente la necessità di ridefinire il nostro sistema di valori e di credenze.
Se è vero come è vero che la vita lavorativa, come potete leggere a pagina 38, "è sempre meno un posto e sempre più un percorso", è anche vero che le persone hanno sempre più difficoltà ad avere rapporti umani stabili ed obiettivi di lungo termine.
Insomma questa "autostrada verso il futuro", come è stata definita da Bill Gates, di fatto il più importante profeta della nuova economia, porta con sé una forte contrazione delle aspettative di futuro, che finisce, mi scuso con Salvatore Veca per l'evidente rozzezza con la quale abuso dei suoi ragionamenti, per far pesare la propria ombra sul presente.
Sta anche qui l'importanza del sapere. E il valore delle riflessioni che Foa e Ranieri ci consegnano con il loro libro.
Perché dietro questa ricerca di nuove parole, di nuove cose, di nuovi nomi da dare alle nuove cose, c'è, persino ovviamente, trattandosi di Foa e Ranieri, un background eminentemente politico: il sapere come elemento attorno al quale ritrovare la possibilità di leggere le nostre vite e di ricostruire un percorso lavorativo e umano per ciascuno di noi; il sapere come elemento che ci porta a fare le domande giuste alla politica, ad essere protagonisti nel processo di costruzione di cerchie alternative di discorso pubblico.
Perchè se il punto è il come si realizza una partecipazione attiva, che non passi soltanto attraverso la delega al leader, o alla discussione attorno a ciò che si sente dire nel salotto di Bruno Vespa o di Michele Santoro, il sapere, i saperi, sono gli arnesi attorno ai quali ri-costruire, in maniera autonoma, un proprio percorso, un proprio schema di relazioni, un proprio punto di vista "pubblico".