COMBATTERE LE DISEGUAGLIANZE
by vittorio foa
No, io non sono così radicale, assolutamente!
E' scritto così ma, ogni tanto, uno si sbaglia, succede anche per televisione!
Vi assicuro, posso sbagliarmi a parlare! Non sono così radicale.
Vi sono delle situazioni in cui occorre il radicalismo, perché si sente che i tempi ci sfuggono e bisogna fare presto; vi sono delle situazioni in cui il gradualismo è necessario, perché il gradualismo vuol dire avere dei consensi più vasti, non pensare di muoversi senza consenso.
In realtà su queste cose non si può decidere a priori se si è radicali o gradualisti. Bisogna valutare di volta in volta.
Io limito il mio intervento a pochi minuti, perché non potrei che ripetere male molte cose dette molto bene e, direi, molto profonde e che fanno molto pensare.
Il libro parla di moltissime cose, ma non tocca a me oggi ricordarle, dovete leggerle. Ma forse vi sono due cose che è utile sottolineare.
Ho fatto questo lavoro con Andrea Ranieri perché volevo capire cosa c'era di nuovo e credo di aver capito, Ranieri mi ha spiegato, ha spiegato a tutti molto bene, delle cose assai importanti.
In particolare, trovo una cosa molto importante: la politica esiste.
Molto spesso ci sembra che la politica non ci sia, come, per l'appunto, quando sentiamo i media e i discorsi che i media riportano.
Invece quando si parla di formazione, quando si racconta come si lavora, si capisce che la politica esiste.
Perchè esistono le scelte. Si può dire sì o si può dire no. Si possono sollecitare certe cose, sollecitarne meno altre, o non sollecitarne proprio.
Questa è la politica.
Io credo profondamente nella libertà, lo dico in particolare a Carlo Callieri, però quando sento teorizzare, ideologizzare, la totale libertà come unico strumento di formazione collettivo, francamente sento tutti i limiti di una ideologia che a me sembra, soprattutto oggi, orientata in realtà ad affermare la necessità di "stare disciplinati all'esistente".
Mentre invece la volontà di cambiamento, la formazione come aiuto e sostegno al cambiamento, secondo me, rimanda soprattutto alla responsabilità, alla capacità di fare delle scelte.
Questo punto lo sento con molta acutezza.
E l'ho imparato soprattutto grazie al fatto che Ranieri non mi ha raccontato delle cose teoriche, o per meglio dire mi ha raccontato anche cose teoriche, ma le cose che mi raccontava in teoria, erano sostenute dall'esperienza, erano tutte verificate nei fatti.
Quando Andrea ci dice "l'innovazione non è neutra", la responsabilità delle scelte è sempre presente, da vecchio uomo politico, molto spesso deluso, mi sento riconfortato.
Perché mi dico: allora la politica c'è. La politica come responsabilità, la politica come scelte, c'è ancora. E dunque c'è un futuro.
Una seconda cosa che Ranieri mi ha insegnato con questo dialogo è stato il rifiuto di quello che lui chiama determinismo.
Questa società dell'informazione, questa interconnessione, questo sviluppo impetuoso della conoscenza e della sua diffusione, che per alcuni è la soluzione dei problemi, una specie di cosmologia ottimistica, e per altri è la rovina, non impedisce a Ranieri di vedere gli elementi positivi che ci sono nell'ottimismo cosmologico e gli elementi positivi che ci sono nel pessimismo.
La sua posizione è: "bisogna sempre valutare".
Ma qual'è il criterio? Come faccio a sapere che cosa è buono, quando devo prendermi la responsabilità di una scelta? Ecco, anche su questo terreno mi pare di avere avuto una risposta che in un certo qual modo accarezza un poco le mie convinzioni di sempre: l'idea, cioè, che un criterio di scelta sta nell'inclusione o nell'esclusione.
Ciò che include, che allarga le possibilità delle persone di guardare il mondo e di muoversi nel mondo, è un fatto positivo.
Adesso non voglio dire che questa è "sinistra", non lo so, qualche volta penso che questo sia sinistra, ma non voglio dirlo, non voglio escludere nessuno dall'inclusione!
L'esclusione la vediamo continuamente attorno a noi ed è contro quella che dobbiamo combattere.
Sono le scelte che sono fini a se stesse, senza pensare agli altri.
Tutti gli interventi di stasera mi hanno dato in questo quadro degli elementi di chiarezza.
Ne vorrei citare uno solo, quello che di cui ha parlato Bruno Trentin rispetto all'Europa.
Le sue parole mi hanno profondamente colpito, quasi commosso, perché sono proprio questi i problemi di oggi, le cose che toccheremo con mano nel prossimo futuro.
Perché allora non se ne parla?
Perché questo tema non diventa argomento di dibattito collettivo e conoscenza?
Perché questa domanda non la poniamo a noi, prima di tutto, e anche agli altri?
Magari avendo la pazienza di non pretendere da subito delle risposte, perché le risposte verranno.
Lo ricordava per altri versi il Presidente Bassolino: la domanda associa i cittadini, mentre la pura risposta, che pretende di esserci, ma molto spesso non c'è, dissocia, isola.
Voglio dire infine qualcosa su di un punto sul quale c'è stato, da parte mia, nel dialogo, una curiosità quasi ossessiva: quello delle possibili disuguaglianze.
Questo è un tema che emerge immediatamente quando il sapere, la conoscenza, intrecciata al reddito, appare, finalmente, come un decisivo elemento di promozione individuale e sociale.
Una volta era solo il reddito l'elemento centrale, mentre il sapere era marginale.
Oggi, per quanto riguarda il mondo del lavoro, anche il sapere diventa decisivo.
Ora, nel caso del reddito, quando si va avanti in modo diseguale nascono problemi molto seri di vita collettiva.
La mia domanda è la seguente: questo vale anche per il sapere?
Io credo di sì. E credo che sia vero anche in modo più acuto perché la differenziazione, la presa di coscienza di un'inferiorità, nel sapere è più forte che nel reddito.
Perché nel reddito secoli di avanzata della borghesia hanno insegnato a tutti noi che, tutto sommato, nello zaino del soldato ci può essere il bastone da parrocchiano.
Per il sapere è diverso. Se io resto sotto, sono giù. Allora come si fa?
Devo dire che Ranieri ha dato molte risposte convincenti.
Ha spiegato che il sapere si diffonde, ha parlato della sua capacità di estensione, e però, soprattutto quando si pensa alle disuguaglianze fra paese e paese, questa domanda resta e diventa angosciosa.
Diventa angosciosa e io la voglio ricordare solo per dire: bisogna sempre pensare alla disuguaglianza come al pericolo dei pericoli, affinchè le differenze, che esistono, che appartengono alla logica, che appartengono alla vita, non diventino status, condizione di rassegnazione all'inferiorità.
Contro questo pericolo bisogna combattere sempre!