| LA RIPRESA DELLA STORIA
by carlo callieri |
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Voglio dire subito che ho trovato molto stimolante il gioco di domande e risposte tra Vittorio Foa e Andrea Ranieri.
E che mi sembra utile interagire affidando alla discussione una prima serie di impressioni e valutazioni, anche perché non penso di poter coprire con un breve intervento tutti i temi presentati nel libro, che è molto ricco e denso. Credo di poter dire che a questo libro, in qualche modo, una qualche preparazione l'abbiamo data io e Bruno Trentin buttando giù alcune idee sul lavoro nel futuro, pubblicate in un libricino uscito un paio d'anni fa, in cui cercavamo di mettere in luce che cosa cambiava nel lavoro e nei valori, e quanto la conoscenza, e di conseguenza l'educazione e la formazione professionale, diventavano rilevanti per i concetti del lavoro nuovo. Qui mi limiterei a dire alcune cose, già dette altre volte però, credo, utili da ricordare. A mio parere non siamo di fronte a rotture o a cambiamenti epocali. Siamo piuttosto di fronte a una ripresa della storia, ad un'impetuosa ripresa epocale perché, in realtà, con la prima guerra mondiale e con la divisione ideologica del mondo, si sono create delle fratture che si sono ricomposte soltanto una decina di anni fa. Queste fratture hanno ingessato il mondo, hanno bloccato il possibile progresso e lo sviluppo di linee di fondo quali la globalizzazione, la mondializzazione, la pervasività massima degli scambi economici nel mondo conosciuto e nel mondo raggiungibile, che erano state, queste sì, una grande costante della storia del mondo, che si è interrotta perché il mondo si è spaccato e si è diviso in 2 o 3 parti non comunicanti tra di loro. La diffusione della conoscenza con strumenti che, via, via, si sono arricchiti, è stata infatti una delle costanti della storia dell'umanità, da quando gli uomini si trasmettevano le informazioni verbalmente, a quando con la scrittura c'è stato un modo più sicuro e più fluente di comunicare informazioni e di creare conoscenza. Dall'invenzione della stampa, che ha moltiplicato enormemente il potenziale di crescita della conoscenza e di utilizzazione della conoscenza, ai vari media, a partire dalla radio fino alla televisione, ai media interattivi. Integrati alla rete quest'ultimi sono oggi fattore di forza e di crescita dell'economia, della conoscenza e dello sviluppo, ma, in particolare, di crescita della conoscenza. Sia chiaro. Guardare a questi fenomeni in termini di continuità, e di continuità altamente positiva, non vuole essere un modo per "semplificare" la storia. Ci sono stati, certo, dei momenti d'interruzione: i grandi conflitti hanno sempre interrotto il fluire dell'integrazione e gli scambi non sono mai stati soltanto scambi commerciali e hanno sempre avuto fortissime valenze culturali. I primi oggetti che hanno girato il mondo erano oggetti che avevano valenze simboliche e, perciò, avevano un alto contenuto culturale e costituivano il modo attraverso le quali civiltà diverse entravano in relazione fra di loro. Pensiamo ad esempio, tanto per citare qualche piccolo esempio, alla porpora. La porpora era sì un colore per le vesti e i tessuti, ma aveva un altissimo valore simbolico, in quanto simbolo di autorità. Lo scambio della porpora, quindi, che poi come sapete derivava dallo "sconsiglio", quindi un colorante animale molto semplice, sottendeva scambi e valori culturali molto elevati. L'ambra, che è stato uno dei primi prodotti che ha viaggiato dal Nord verso il Sud del mondo, dal Baltico, lungo il Danubio, fino ad arrivare nel Mediterraneo e nell'Adriatico, era sì, un prodotto ornamentale, ma aveva un altissimo valore simbolico e sacrale. Se non altro per queste sue proprietà, per il suo reagire allo strofinio caricandosi di elettricità e per avere la capacità di attirare oggetti, aveva valore magico. Con un alto valore culturale e simbolico allo stesso tempo. Gli avori dall'India, stessa cosa. Se andate al Museo Nazionale di Napoli, qui vicino, trovate una figurina intagliata nell'avorio indiano, credo, se non ricordo male, del I secolo d.C. E' una Venere indiana, bellissima, che ha seguito le rotte degli scambi commerciali per poi arrivare nella casa di un ricco pompeiano, con tutti i suoi valori evocativi e con la sua capacità di rappresentare una cultura distante migliaia e migliaia di chilometri rispetto al punto dove è stata tesaurizzata, non certo soltanto per il suo valore materiale, ma per il suo valore culturale ed evocativo, di avvicinamento tra due culture. Se guardiamo dunque ai fenomeni in quest'ottica, dobbiamo riconoscere che il valore della conoscenza è il valore culturale di tutte quante le transazioni che avvengono nel mondo. Esse sono nel tempo cresciute esponenzialmente e i rischi che accompagnano questi fenomeni sono largamente bilanciati, o bilanciabili, dalle straordinarie opportunità che si aprono. IL punto a me pare essere proprio questo: come si fa a minimizzare le preoccupazioni, i rischi, e a massimizzare le opportunità? In primo luogo investendo sulle valenze positive dei fenomeni. Se la rete, la digitalizzazione del trattamento della comunicazione e dell'informazione, fa esplodere in maniera esponenziale la capacità dell'uomo di creare, organizzare, accumulare, diffondere conoscenza, questa valenza positiva va esaltata e sostenuta fino in fondo, in modo tale che la conoscenza si dissemini e diventi lievito per la crescita delle capacità individuali e per la crescita collettiva di comunità e di popoli. La questione diventa in questa ottica quella dell'accesso. C'è un libro che ha trattato il problema dell'accesso ad internet e alle nuove tecnologie, del come consentire e favorire, attraverso gli strumenti educativi appropriati, il superamento di barriere di accesso che, in verità, sono abbastanza basse per ciò che attiene i nuovi sistemi d'informazione. Ecco, credo che sia questa una "policy" che ogni comunità deve perseguire, stimolare, incentivare. Un sistema educativo che consenta davvero di orientarsi in una fase di tanto tumultuosa crescita della conoscenza richiede strumenti di analisi e di valutazione critica che sono largamente superiori a quelli del passato. Investire sui metodi conoscitivi, e sulla capacità di analisi critica diventa quindi fondamentale. Si rischia altrimenti di annegare nel volume delle informazioni raggiungibili e di non avere la capacità di selezionare ciò che è utile e necessario ai propri fini da ciò che è, in quel momento, superfluo. Questo non significa negare valore alla conoscenza in sé. Significa collegare la conoscenza alla soluzione dei problemi. Perché non esiste un livello di conoscenza astratto che non abbia bisogno, in qualche modo, di essere correlato alla sua capacità di risolvere i problemi. Io credo che anche i livelli "estremi" della conoscenza, quelli più proiettati verso le frontiere dell'inconoscibile, dalla teologia alla filosofia, tendano, poi, sostanzialmente, a trovare delle risposte ai problemi dell'uomo. Condivido molto l'invito di Ranieri e Foa quando ci dicono partiamo dai problemi, la conoscenza è strumento che serve se orientato alla soluzione di problemi, la conoscenza in sé è assai poco efficace se non è correlata ad un qualcosa. Dal versante dei rischi ne vedo di varia natura. Il primo è quello tipico della nostra cultura, e lo potremmo definire come la tendenza alla iper - regolamentazione di questa materia. Bisogna tener presente che la conoscenza è libertà, che la rete, che è il sistema di organizzazione della conoscenza, è libertà, non ha molti altri valori. E che intanto potrà crescere e portare valori e risultati positivi in quanto sarà regno di libertà. Dunque l'accesso deve essere libero, la fruizione deve essere libera. E non è un caso se, seppure con ottiche che, inizialmente, sono mercantili e commerciali, la libertà di accesso alla rete si sta sviluppando con molta forza. E se il collegamento dei contenuti esclusivamente alla volontà delle persone e alla loro capacità di individuare i loro bisogni, è sempre più forte. Tutto questo ovviamente non significa pensare alla rete come al regno dell'anarchia. Nè che essa debba diventare vettore di qualsiasi arbitrio o rischio. Ma pensare alla rete come ad un sistema in cui c'è un regista che ammette l'accesso alle informazioni è largamente arbitrario, e molto rischioso. Quali sono dunque le regole attraverso le quali si può arrivare ad una gestione della rete dinamica, positiva, non inquinata? Sono regole di autodisciplina, che stanno cominciando a venir fuori. Sono quelle stesse regole di autodisciplina che negli scambi commerciali hanno, praticamente precorso l'intervento di qualsiasi regolatore terzo. La lettera di credito, per esempio, nasce dall'esperienza e dall'intelligenza dei banchieri lucchesi, i quali devono, in qualche modo, trasferire credito al di là del mare e arrivano a codificare le forme di apertura del credito a distanza cosicchè questa codifica volontaria diventa prima riconosciuta dalla comunità finanziaria e successivamente norma. In buona sostanza io credo che non sia pensabile che, in un territorio così variabile e con alta intensità di crescita come quello delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, dai possibili contenuti e dalle possibili finalizzazioni all'assoluzione dei bisogni, ci sia qualcuno che, ex ante, oppure con un ex post non sufficientemente sperimentato, determini, o definisca, regole di comportamento che rischiano di strozzare le capacità del mezzo. Molta attenzione, dunque, e una adeguata capacità d'intervento, su quelli che sono i crimini che possono essere commessi sulla rete, tenuto conto anche della effettiva capacità di reprimere i crimini. Ma attenti a non strutturare sistemi di regole che impediscano lo sviluppo e la diffusione della rete come strumento di accumulazione e diffusione delle conoscenze. Un'ultima considerazione, prima di chiudere il mio intervento. La ripresa della storia, la ripresa epocale che questi grandi fenomeni stanno generando muta profondamente e con forza le caratteristiche e la natura del lavoro, cambiandone i contenuti. Dice, giustamente, Andrea Ranieri: "Non parliamo più di tipologie di lavoro, non parliamo più di forme di lavoro, parliamo di contenuti, perché sono i contenuti quelli che qualificano un rapporto, sono i contenuti quelli che qualificano un lavoratore". I contenuti sono in relazione alla densità, diciamo così, e alla funzionalità di conoscenza che sono necessari per assolvere a determinati fini. Questi fini sono molto più ricchi rispetto a quelli del passato perché è cambiato, sostanzialmente, il bisogno, o l'insieme dei bisogni, che devono essere soddisfatti attraverso il mercato. Da una parte c'è un uomo, (anche la centralità della persona è molto ben ricordata nel libro), che è elemento attivo in termini di capacità di risposta ai bisogni, e d'individuazione dei bisogni; dall'altra c'è ancora un uomo, una persona, che è molto più orientato alla soddisfazione di bisogni di alto contenuto non-materiali. Questa emersione, con forza, della persona sul fronte dell'offerta, e della persona sul fronte della domanda, rappresenta, ancora una volta, sul fronte della ripresa della storia, una relazione di scambio che prima era molto limitata, perché era limitato il benessere che veniva in questo modo generato e gestito. La diffusione del benessere, in particolare nel nostro mondo occidentale e industrializzato, ma, in misura crescente, anche nei paesi in via di sviluppo, con progressioni, certamente lente, ma che sicuramente accelereranno, muta, con forza, anche il segno dello scambio. Lo scambio e le transazioni sono sempre più personalizzate, sempre meno anonime, sempre più ricche di contenuti, sempre più orientate a soddisfare dei bisogni che trascendono o, diciamo così, comprendono, i meri aspetti materiali e toccano quelli immateriali, che attengono a un benessere molto più evoluto. Mirare all'integrità della persona, con le sue necessità, su un fronte e sull'altro, è a mio avviso un fatto estremamente positivo. Che avviene su misura e scale in continua crescita, cosicchè quelle che nel passato erano relazioni d'elite, oggi diventano relazioni diffuse che si vanno allargando sempre di più. Il valore della conoscenza è quindi fondamentale e l'espansione della conoscenza è il vettore attraverso il quale queste progressive integrazioni si attuano. Esistono anche qui dei rischi. I rischi di conflitto, i rischi della diversità, che sono peraltro affrontati con molta attenzione nel libro. Personalmente tenderei a sottolineare ancora la necessità di non preoccuparsi di alcuni aspetti di apparente eccessiva omogeneizzazione, quanto del fatto che rimangano salde, attraverso il rispetto e la conoscenza reciproche, le costituenti delle identità culturali. Mi spiego con un esempio: il problema non è la Coca Cola o l'hamburger, il problema è ciò che fa la radice culturale, l'identità di una nazione, di un popolo, di una comunità. Il resto è pura superficie. E dunque sollecitiamo, in primis a noi stessi, in questo Paese, la ricerca di identità culturali che non sono l'hamburger, le patatine, il McDonald's, ma sono le radici profonde di cultura dei nostri territori. |