FARE LE RIFORME
by antonio bassolino
Vorrei innanzitutto esprimere il mio ringraziamento per questo lavoro fatto in comune da Vittorio Foa e da Andrea Ranieri.
Trovo di grande interesse il metodo, anche un poco insolito, che Vittorio già da alcuni anni ha adottato, di volta in volta con Andrea Ranieri, con Pietro Marcenaro e con altri: quello di porsi, e quindi di porre a noi lettori e, comunque, alle persone impegnate nell'agire sociale e politico, domande, più che risposte.
Porsi e porci domande e consegnarcele: considero questa cosa utile e giusta, soprattutto in questi tempi difficili, complicati, nei quali porsi le domande giuste è la condizione indispensabile per cercare di darsi, via via, delle risposte.
Non a caso ad un certo punto Foa, ragionando sulle domande che si fanno lui e Ranieri, afferma: "Vediamo anche qualcosa da fare, almeno da qui al 2005, perché è molto più difficile immaginarlo per il 2015, per il 2020, ma, il dovere di vedere anche che cosa è possibile fare da qui al 2005 è di fronte a noi".
A me sembra questa una considerazione molto giusta. Che richiama, tutti quanti noi, ad un dovere di questo tipo.
Che cosa dunque è possibile fare, da qui al 2005, sul tema della formazione, della cultura, in questo tempo del sapere, di un sapere che è diventato, ormai, un fattore sempre di più "produttivo" e di primo piano?
Personalmente condivido molto le considerazioni già fatte da Callieri e Trentin sul fatto che la formazione non è uno dei campi di fronte a noi, ma è, o meglio dovrebbe essere, ormai da tempo (nonostante si possa convenire che così ancora non è nella pratica, malgrado qualche sforzo fatto), il principale campo d'impegno delle forze sociali, delle forze politiche e, anche, delle istituzioni.
Alcuni dati sono, francamente, impressionanti: per quanto riguarda la formazione degli adulti in Italia siamo ancora, come si ricorda nel libro, al 2% del totale degli occupati.
C'è una distanza direi siderale, tra il nostro paese e un paese come la Germania, che investe molto di più in questo campo. E ciò riguarda tanto la formazione permanente quanto quella per i giovani ed anche, ed è un tema delicatissimo, quella per gli immigrati.
Quest'ultimo aspetto mi pare particolarmente rilevante da due punti di vista.
In primo luogo perchè ci aiuta a rispondere alla sollecitazione che riguarda noi, sulla quale torno più avanti.
In secondo luogo perchè mi permette di riprendere un'argomentazione che ho trovata molto giusta e significativa, nel dialogo fra Foa e Ranieri, e che ci dice come alcune riforme culturali e civili possono essere più determinanti e decisive di tanti aiuti in senso economico stretto che, spesso, hanno avuto l'effetto paradossale di aumentare le distanze, le differenze tra Sud e Nord del mondo.
Formazione e cultura sono un binomio decisivo in tanti, si potrebbe persino usare la parola tutti, i campi, perfino quelli più impensati.
A questo proposito vorrei citare un'esperienza che ho fatto sabato scorso.
Ero in Germania, a Monster, nella II università della Germania dopo quella di Berlino, a ricevere un riconoscimento per la città di Napoli.
Tra le tante cose interessanti mi ha colpito il dialogo avuto con un intellettuale napoletano, un teologo, che insegna in quella università, il quale mi ha spiegato che lì, nella facoltà di teologia, vi sono 18 professori ordinari e un numero incredibile di studenti e allievi.
Naturalmente io gli ho chiesto dove andassero a finire, dal versante occupazionale, tutti questi studenti che si laureano in teologia, e lui mi ha spiegato che, assieme all'accesso alle professioni più classiche, sono ormai numerose le grosse banche internazionali di affari e di investimenti che preferiscono prendere laureati in teologia perché hanno una solidissima formazione culturale, generale, che si integra in maniera eccellente anche con la formazione specifica e pratica nei campi bancari e degli investimenti,.
Il risultato? Tanti di questi giovani sono ormai ricercatissimi.
Per me è stata un'esperienza di grandissimo interesse.
E credo si possa convenire sul fatto che a questo tema della formazione e del sapere dobbiamo riuscire a guardare in modi del tutto nuovi.
Vorrei qui osservare che, nel dicembre del '98, lo ricordano Foa e Ranieri, abbiamo fatto, a livello nazionale, un tentativo di fare un passo avanti, facendo, nel patto sociale di Natale, la scelta molto impegnativa di fare della formazione l'asse centrale.
Vorrei aggiungere, e lo faccio con pudore perché, poi, sono ritornato in "patria" e, quindi, parlo con il necessario pudore degli sviluppi successivi, che forse anche per questa ragione ci sono state le difficoltà che conosciamo nei mesi e poi anche negli anni successivi.
In ogni caso a me ha sempre colpito che appena qualche settimana dopo, da più parti, nel mondo della Confindustria ma anche in quello della sinistra si cercasse subito di adottare, se posso dirlo, una logica, un po' vecchia e un po' classica.
Che non misurava la portata di quel patto anche su investimenti a produttività differita e a scadenza più lunga, che invece sarebbe stata necessaria proprio perché avevamo deciso di investire nel campo delle risorse umane e cercavamo di considerare la formazione una grande scelta interna e non esterna ad un nuovo welfare, come da più di mezzo secolo è stata considerata.
Io penso che si debba cercare di andare avanti su questa strada. Ognuno facendo la propria parte là dove sta.
In questo senso, per esempio, le regioni italiane, e quelle meridionali in particolare, hanno da fare un cammino importante: vediamo se è possibile, in qualche maniera, utilizzare fondi europei che sono possono essere impegnati anche per progetti pilota di formazione in rapporto a regioni non italiane che si affacciano sul Mediterraneo e lavoriamoci assieme.
Naturalmente tutto questo potremmo farlo tanto più nella misura in cui saremo in grado, e per quanto ci riguarda su questo terreno siamo assolutamente determinati ad agire con fermezza, di fare sulla formazione interna a questa regione scelte coraggiose e di svolta, rompendo con una tradizione fatta spesso di enormi sprechi e di autentici scandali nazionali.
Vorrei citare, anche qui, una piccola esperienza concreta.
Nei giorni scorsi abbiamo approvato, in Giunta Regionale, il nuovo Piano Operativo Regionale, che ora è all'esame di Bruxelles, modificato, tenendo conto delle indicazioni della commissione europea.
Per me è stato molto istruttivo un dialogo con dei funzionari di Bruxelles che, ad un certo punto, mi hanno chiesto e ci hanno chiesto: "Ma in materia di formazione, si può, programmando per un certo numero di anni, cominciare ad esternalizzare"? La mia risposta è stata: "Anche in meno anni".
Ovviamente ho dato questa risposta sapendo quello che significa. Conoscendo le contraddizioni che nasceranno in un campo dove la formazione è servita più a mantenere i formatori che a formare, in campi nuovi, le nuove generazioni.
Però si balla, ed è doveroso ballare.
Cercando di riconvertire e di muoversi coraggiosamente e sapendo, se non vogliamo essere demagoghi, che è se impossibile dare delle risposte a tanti giovani in termini di lavoro, è invece del tutto possibile dare ad essi risposte in termini di formazione e di investimenti sul futuro.
E' questa la strada sulla quale ritengo dobbiamo muoverci, anche cercando di stabilire un nesso più forte fra formazione e flessibilità.
So bene che la flessibilità è un tema delicato, spesso ideologizzato.
Condivido molto le pagine che su questo tema ci sono nel libro. E penso che, qualche volta ne abbiamo parlato con Bruno Trentin negli anni e nei mesi scorsi, nel Mezzogiorno (e sia chiaro che il tema riguarda tutti, le istituzioni, gli imprenditori, i sindacati e tutta la sinistra), potremmo ragionare in modo più giusto anche su come impegnare quote di salario dei giovani meridionali a condizione però di fare delle scelte forti e coraggiose in termini di formazione.
Sapendo che la formazione è un investimento sul futuro e dunque sul lavoro, inteso, uso l'espressione, come un percorso di vita, piuttosto che come un lavoro unico e per tutta la vita.
Vorrei adesso soffermarmi brevemente su un altro punto, i nuovi lavori e i nuovi soggetti.
E' un'altra questione di fondo, e dico subito che personalmente condivido, pur conoscendo la delicatezza dell'argomento, la spinta che nel libro c'èa cercare di andare, 30 anni dopo, ad un nuovo statuto di tutti i lavoratori.
Lo voglio ripetere. So che il tema è delicato e comprendo bene le tante preoccupazioni e cautele che da più parti emergono anche in considerazione degli attuali rapporti di forza, e del clima più generale che attraversa il Paese e larga parte dell'Europa.
Ciò nonostante ritengo che su questioni serie come questa più è il movimento operaio, (sono sempre attento alla necessità di usare un linguaggio istituzionale, ma mi sarà consentito in questa occasione di interlocuire in modo un poco più libero) più sono la sinistra, i progressisti, come dice Foa, ad affrontare il tema, meno il tema sarà prima o poi loro imposto.
Perché il tema è lì, di fronte a noi, nella realtà di milioni di giovani che sono al confine tra il lavoro dipendente e quello autonomo. Nella realtà di milioni di cittadini italiani che non sono rappresentati nello statuto del 1970.
E' il tema, lo ricordo con pudore, sul quale, Andrea Ranieri ne parla in un passaggio del libro, con Massimo D'Antona abbiamo molto ragionato, fino agli ultimi giorni che precedettero il patto di Natale.
Il tema è dunque davanti a noi ed io penso che con intelligenza e con saggezza possa e debba essere affrontato.
Infine vorrei spendere qualche ragionamento attorno alla terza domanda/questione presente nel libro che a me ha più interessato: il rapporto tra centralismo e territorio.
E' un grandissimo tema, di stringente attualità. Che riguarda di certo le istituzioni, e i partiti, ma che a mio avviso riguarda molto anche i sindacati e la confindustria.
Sono convinto che ci si debba orientare sempre di più verso la realtà territoriale e il momento territoriale, cercando di affermare, in tutti i versanti e in tutti i campi, il principio di sussidiarietà.
Va fatto sul territorio tutto quello che può essere fatto sul territorio.
Poi sono il primo a rendersi conto dei problemi e delle contraddizioni che nascono, a partire dall'esigenza di mantenere sempre una linea di coerenza generale, in tutti i campi.
Ma nonostante i problemi e le contraddizioni, che ci sono, dobbiamo a mio avviso essere capaci di misurarci su questi temi in maniera non difensiva, di inoltrarci senza eccessivo timore su terreni nuovi e ricchi di contraddizioni.
Per me è questo l'unico modo per affrontare il grande tema, che avverto sindacalmente, socialmente, ma ancora di più politicamente, del forte rinsecchimento sociale con il quale i sindacati, i partiti, la sinistra si trovano a confrontarsi.
E' un tema più pressante per i partiti e per la sinistra ma, in qualche modo, è davanti anche al movimento sindacale.
Naturalmente, occorre ben intendersi.
Perchè lo stesso termine "rinsecchimento" che io uso, e che ha usato anche Bruno Trentin, è un po' ambiguo, e bisogna stare attenti a che non se ne dia un'interpretazione sbagliata, fuorviante.
Personalmente lo uso in un senso molto preciso e chiaro: quando parlo di rinsecchimento, mi riferisco sia alle difficoltà di dialogo rispetto alle tante figure nuove, sia alla difficoltà di star dietro a figure classiche ma che mutano e cambiano anch'esse.
E' un tema drammatico. Lo è in particolare in tutto il Nord dove, davanti a noi, c'è il dato clamoroso di una presenza, in alcuni territori forti, dove spesso c'è una presenza forte del sindacalismo confederale, ai limiti della clandestinità politica della sinistra italiana.
Sono ormai molti anni che questo tema politico è di fronte a noi e, insisto, non riguarda solo le figure sociali nuove.
Lo stesso operaio della grande e media azienda, quello rappresentato spesso ancora oggi dal sindacato e che una volta si riconosceva nella sinistra italiana, è oggi nei fatti una figura di lavoratore - cittadino che non basta organizzare dentro la fabbrica, il luogo produttivo, per tenerlo unitariamente assieme.
Fuori dalla fabbrica, nel suo territorio, come lavoratore e cittadino, egli vive infatti in modo delicato, a volte drammatico, problemi di sicurezza, di rapporti con l'immigrazione, di rapporto con il territorio.
Questa divisione, questa scissione è un grande tema di fronte a tutti quanti noi.
E per questo penso che questo tema di una nuova rappresentanza al tempo stesso sociale e civile, sia decisivo per l'oggi e per i prossimi mesi.
In questo quadro io non mi sento, lo dico in particolare ai tanti tra noi che si riconoscono in un certo mondo, quello della sinistra, fin da oggi condannato alla sconfitta.
Sia perché sarebbe in ogni caso sbagliato. Sia perché, mi permetto di aggiungere, è perfino troppo comodo considerarsi già sconfitti e non vedere ciò che possiamo e dobbiamo fare nei prossimi mesi e ciò che possiamo e dobbiamo fare nei prossimi anni, quando, in ogni caso, dovremo muoverci con una cultura propositiva e di governo.
In questo quadro io vedo anche la capacità - necessità di vedere e leggere i conflitti.
I conflitti ci sono, lo ricordano a più riprese Vittorio e Andrea nel libro, quando le cose si muovono ed è dunque stando dentro alle cose che si muovono, che, poi, si può dialogare e ci si può rapportare anche con i conflitti.
Cercando, con curiosità e progettualità, di promuovere le nostre idee e i nostri progetti di italiani dentro l'Italia, e sostenendo le riforme che sono indispensabili al Paese.
Foa dice nel libro, ad un certo punto, una cosa giusta, bella, che è il segno di un fatto grande che è anche, per certi versi, un nostro limite caratteristico: "Ciampi andava a Bruxelles, si faceva imporre le riforme e il Paese c'è stato. Così si è potuta realizzare la più importante riforma strutturale in Italia da 30 anni a questa parte e l'Italia è oggi a pieno titolo dentro l'Europa".
Sono le altre riforme, quelle conseguenti all'euro, in cui ora dobbiamo riuscire a farcela.
Sapendo che non avremo più la frusta dei parametri e della moneta unica. Che si gioca qui la grande sfida. Che è questa la domanda che dobbiamo farci. E che stanno qui le risposte che dobbiamo saper dare come sinistra italiana per i prossimi mesi e per i prossimi anni.