| ELOGIO DEL DUBBIO | ![]() Alessandro Vezzosi |
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Qui si dirà di profezie, si salterà
di passato in futuro, si andrà da frammento in frammento fino ad
arrivare a ciò che mette un po’ in discussione il senso della profezia,
e di cui pure vorrei parlare: il Museo. Nel trattare di questo confine
sottile tra arte e altre forme di possibili culture, e affrontando Leonardo
così come esperienze di neo avanguardie contemporanee, mi piace
parlare di alcune cose, come ad esempio il dubbio e la contraddizione,
che ritengo fondamentali se ci avviciniamo, al di là del mito e
della retorica, a personaggi come Leonardo.
L’idea della profezia è nata, come tema programmatico, da una breve frase che dice: "Parleronsi gli uomini di remotissimi paesi li uni a li altri e risponderansi". Questi uomini che si chiamano e si rispondono da lontani paesi ci suggeriscono molte immagini tecnologiche. In realtà questa è una delle tante frasi, piccolissime, minute, scritte da Leonardo da Vinci con calligrafia al rovescio, esattamente cinquecento anni fa, in una pagina di quel Codice Atlantico che, tutto sommato, non ha avuto un destino favorevole nonostante i diversi auspici di alcune profezie napoletane. Fu infatti il segretario di un cardinale di Aragona, un certo Antonio De Beatis, recatosi nel 1517 a incontrare Leonardo alla corte del re di Francia, presso Ambois, che annotò l’opinione sua e del cardinale, scrivendo "Leonardo ha tre quadri bellissimi (uno era la Gioconda); Leonardo si dedica a tanti studi ed è paralizzato (aveva una emiparesi ma continuava a disegnare e a insegnare); i suoi codici trattano di infinite cose, sono infiniti fogli, saranno utilissimi, soprattutto se saranno conosciuti e pubblicati". Ma quei fogli non sono stati conosciuti, né pubblicati, per tantissimi anni. Addirittura, quando agli inizi del Seicento il Codice Atlantico fu offerto al Granduca di Toscana, fu drasticamente bocciato dai consiglieri di quest’ultimo che affermarono: "Non sono cose degne di Vostra Altezza, sono cose triviali". Insomma i contenuti di questi scritti di Leonardo, che sicuramente avrebbero portato un ben altro contributo all’evoluzione del sapere in generale e del rapporto tra arte e metodologia della scienza, arte e metodologia della tecnica, si sarebbero potuti conoscere molto prima. E ci saremmo salvati in qualche modo anche dalla scoperta, in fondo tipica del nostro ventesimo secolo, del Leonardo genio italico che aveva inventato tutto quando invece altri prima di lui, o insieme a lui, inventarono le stesse cose. Il fatto è che in Leonardo c’era un metodo particolare. E questo metodo era naturalmente quello della scienza. Quando Leonardo tratta la scienza è l’artista della scienza, ed è l’artista delle macchine, e in quanto tale affronta la profezia con un taglio particolare, che è veramente stimolante. Avremmo dunque conosciuto con netto anticipo, se fossero state pubblicate e divulgate, profezie come quelle che, in un certo senso, Leonardo scrisse per Austro e Aquilone. Lui, umanissimo che traversava le più dirette esperienze con vivacità intellettuale, (non era "trombetto", come diceva lui stesso, ma uomo d’esperienza e del fantastico, dell’immaginario) ci dà la possibilità, sempre nel Codice Atlantico, di leggere questo: "Vedrassi le parti orientali discorrere nelle occidentali, le meridionali in settentrione, così avviluppandosi nell’universo con gran strepito e furore". Questa cosa del meridionale in settentrione, questa dell’avvilupparsi dei linguaggi, per Leonardo significava il vento. Egli partiva dall’osservazione di un dato naturale, e da qui creava una metafora e proiettava tutto nella dimensione dell’arte, quella verbale e quella fatta di immagini. E potremo leggere un giorno un Leonardo anche in chiave ideologica. Farei qui un primo salto verso quelle che sono le profezie contemporanee, quelle che non patiscono i fantasmi e l’ingombro del passato. L’occasione mi viene da un libro che ho trovato tra i Remainder, pubblicato più di venticinque anni fa, dal titolo "Profezie di una società estetica", e scritto da Filiberto Menna, un grande studioso, un grande critico dell’arte contemporanea, salernitano di origine. Quando un artista lo odiava, magari perchè non si sentiva capito dal punto di vista critico, diceva di lui: "Ma cosa vuoi, è nato alla critica d’arte partendo da "Lascia e Raddoppia". Il tutto perché, da professionista che si occupava anche di altre cose, aveva collaborato ad una trasmissione televisiva. In realtà è al meccanismo della passione, quella vera, che corrisponde quel fattore di autenticità che poi rende forti le idee. E ciò vale in particolar modo in tutte quelle che sono le dimensioni delle arti. Naturalmente, quella profezia di una società estetica è mancata fortemente negli ultimi tempi, anche se in parte "accade" a "tradimento", d’improvviso. L’arte è sempre più diffusa nella società contemporanea, ed in quanto tale vive dunque fortemente. Essa non solo subisce tutti i condizionamenti del sistema in generale, ma per certi versi acutizza e precede i sintomi di crisi, cosicchè è naturale trovare nell’arte tanto continue profezie su quella che sarà o potrebbe essere la società di domani, quanto gli immediati sintomi del malessere. Se le ideologie vivono un momento di crisi, se determinate identità vengono perse, o se sono nell’aria i segni di una nuova rivoluzione, l’arte è lì a segnalarlo, proprio come fosse una profezia sistematica. Qualche tempo fa, un personaggio straordinario come Carlo Giulio Argan, proprio lo stesso che una volta ha scritto: "lo storico dell’arte, il critico d’arte deve essere un profeta o un archeologo" profetizzò, o piuttosto rilevò, la morte dell’arte. Una morte che assolutamente non c'è stata, ma in quella maniera Argan intendeva proporci alcune riflessioni. Al di là dello schematismo di un breve testo, la sua idea del mondo dell’arte, come fabbrica dell’arte, richiedeva la presenza dell’archeologo, del profeta, e di tante altre figure. Come storico dell’arte, la scelta naturalmente era quella dell’archeologo, e naturalmente la morte dell’arte sembrava inevitabile in un sistema che tendeva a escludere, tende a escludere ancora oggi in buona parte, le componenti incontrollabili dell’arte vera. Questo è un grosso problema che ovviamente la politica sembra sempre meno poter risolvere, perchè i suoi tempi sono troppo diversi da quelli dell’arte. I tempi brucianti, i tempi strumentali della politica, di fatto non possono rispecchiare quelli dell’arte, che sono per certi aspetti velocissimi nell’idea, per certi altri lunghissimi in tutti quelli che sono gli echi sociali. Un momento di crisi fortissima, nella storia dell’arte contemporanea, nonostante non sia stato molto rilevato, dato che in questo grande arcipelago della cultura che ruota intorno alle arti tutto è vissuto settorialmente, ogni isola non parla con l’altra, e ogni isola non parla con le altre discipline, s’è registrato nel 1979. Allora si verificò un punto di rottura con la transavanguardia, che ha prodotto per un verso cose giuste, come il recupero di una vitalità interna all’arte, ma per un altro ha messo in crisi di tutte quelle che erano le ideologie dell’arte e tra queste quella nozione di avanguardia che poteva sembrare anacronistica, ma che in realtà contraddistingue tutto un filone utopico e profetico dell’arte dall’antichità ad oggi. Basti pensare al Rinascimento e all’Umanesimo, intesi come antiche avanguardie, e alle avanguardie del ventesimo secolo. Una delle sue grandi componenti recenti, che mi ha da sempre interessato, è stata quella della poetica della "reverie". Accanto a una visione razionale delle cose, quella stessa per cui Argan poteva affermare: "Da razionalista ho vissuto, da razionalista voglio morire. Non posso accettare la transavanguardia e un’arte senza ideologia", c’è nell’arte quella che potremmo definire la componente del "fantastico insidioso" come punto estremo e in questo ambito la poetica della "reverie", per me, ha sempre inciso moltissimo. Qualche tempo fa si parlava con un amico del rapporto esasperato e profondo esistente tra la vita privata e il rapporto pubblico, tra il lavoro e la famiglia, tra tutte una serie di coincidenze, perchè un’arte della reverie significa un arte che respira e cresce con noi, un’arte completamente imprevedibile, che ha il suo respiro vitale, e che tende ad avere questo respiro assoluto, tra il mimetizzarsi per tradire le apparenze e lo svelarsi profeticamente. Posso fare un piccolo esempio, anche per chiarire quanto ci si può immedesimare in queste cose, e poi mi piace salutare persone che in questo momento non sono con me. Tanti anni fa sono stato tra i fondatori di un’associazione che si chiamava Museo-Reverie, il museo immaginario. Questa associazione si è sciolta esattamente tre anni fa, il giorno in cui è stato creato, a Vinci, il museo ideale Leonardo da Vinci. Negli stessi giorni nasceva mia figlia, che si chiama Reverie. In una forma di incarnazione, di materializzazione c’è la possibilità di ricercare sempre un’identità vera e forte, tra idee forti, e quello che è l’attraversamento delle esperienze artistiche, culturali, tecnologiche. Avendo saltellato abbastanza, vorrei tornare a Leonardo ed alle profezie. Quando Leonardo scrisse: "Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno a l’altro e risponderansi", sicuramente poteva pensare alle lettere, allo scrivere la posta, ad una sorta di posta elettronica, ma tutto questo non gli bastava. Leonardo si poneva, ad esempio, il problema del citofono militare, perchè sapeva già che gli antichi sciiti, gli arabi, usavano un sistema di citofoni che consentiva, quasi con la stessa rapidità del telefono, di comunicare velocemente tra loro. Ma lui arriva anche a dare una definizione, un inquadramento abbastanza preciso delle profezie: 1) profezia delle cose degli animali razionali; 2) degli irrazionali; 3) delle piante; 4) delle cerimonie; 5) dei costumi; 6) dei casi e delle questioni; 7) dei casi che non possono stare in natura, come dire, di quella cosa quanto più ne levi più cresce. Bisogna capire veramente lo spirito teorico di un saggio che al tempo stesso gioca sull’ambiguità, l’ironia toscana, l’indovinello e che dice, nell’ottava profezia delle cose filosofiche: "e riserva i gran casi inverso il fine e i deboli nel principio, e mostra prima i mali e poi le punizioni". Vorrei ricordarne alcune di queste profezie. "Verrà a tale la generazione umana, che non s’intenderà il parlare l’uno dell’altro", ed in questo caso parlava di un turco ed un tedesco, ed è tuttora misterioso se c’è una ragione ideologica, di guerra, o quale altra consapevolezza. Ma c’è una forma di profezia che chiaramente tocca la fantascienza, perchè la scienza antica è particolarmente vicina ai temi della fantascienza, che mi è venuta in mente leggendo un’intervista a Veca seguita al suo intervento a questo stesso convegno e pubblicata sul Mattino. Veca dice: "io insisterei molto sul fatto che noi uomini siamo animali parlanti. Il linguaggio è per definizione pubblico, implica condivisione". Mi sembra molto bello come rapporto. Leonardo ha una profezia, una visione, e scrisse cinquecento anni fa quello che recentemente, per ragioni di mestiere, è stato abbinato al caso forse più retorico, più inopportuno, più propagandistico, ma pieno di effetti speciali: il film "Independence Day". Leonardo scrive: "Alli omini parrà vedere nel celo nove ruine, parrà in quello levarsi in volo, et di quello fuggire con paura le fiamme che di lui discendono. Sentiran parlare li animali di qualunque sorta il linguaggio umano, scorreranno immediate con la lor persona in diverse parti del mondo senza moto, vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. O meraviglia delle umane spezie, qual frenesia ti ha sì condotto. Parlerai con li animali di qualunque spezie, e quelli con teco il linguaggio umano. Vedratti cadere da grandi alture senza alcun danno". Cosa sono, sempre, queste? Sicuramente sono le prefigurazioni che un personaggio aperto a qualsiasi esperienza poteva condensare nell’insieme di quello che dicevo prima: le contraddizioni e il dubbio. In sostanza Leonardo parte da un presupposto: "tutto ciò che è sperimentato è vero, quello che non è sperimentato io non lo credo", però, via via, continua a dare grande spazio al sogno, all’irrazionale e arriva anche ad affermare di volta in volta, a seconda dei casi, che "quando le ragioni sono chiare non c’è bisogno dell’esperienza". Queste contraddizioni sono tipiche di una mentalità che io continuo a considerare artistica. Essa pone tanti interrogativi e tanti dubbi a chi oggi affronta sistematicamente le tecnologie, i sistemi di una comunicazione tecnologica, perchè se si toglie tutta la parte relativa alla profezia estetica, alla componente più imprendibile, inafferrabile, mercuriale di un avanguardia, indubbiamente si tolgono tante potenzialità. Vi leggo ancora un paio di profezie, semplicemente per entrare in una dimensione curiosa di Leonardo. Egli definisce i libri e li chiama "i corpi senz’anima, che ci daranno con lor sentenzie precetti utili al ben morire". Curiosa questa cosa dei corpi senz’anima. Leonardo è stato sempre considerato e definito il profeta dell’automazione, e tutto sommato si è interessato alla robotica dato che ha prefigurato forme di automazione che nemmeno la rivoluzione industriale ha introdotto. Ed in effetti nel suo lavoro, nei suoi codici, ci sono degli ipertesti continui con parole, immagini, rimandi e tutta una serie di cortocircuiti tipici del ragionamento informatico. Che lui non avesse la macchina e non potesse costruirsela è un altro discorso. Ma aldilà dei suoi alberi geometrici e matematici c’è sempre questo carattere, estremamente pregnante per noi oggi, sorprendente, rivelatore. Naturalmente il profeta dell’automazione tende anche a fare un’altra cosa e, per esempio, personifica, perchè per lui tutto è umanizzato: ed allora le piante, sono esseri viventi che parlano, che ragionano, che sono da esempio per l’uomo. La maggior parte degli studi tecnologici di Leonardo si è rivolta all’automazione del mondo tessile, e ci sono decine e decine di macchine concepite per quattro o quaranta persone contemporaneamente, proprio come una visione del sistema del lavoro, dell’economia, del risparmio del tempo, e, problema fondamentale, del risparmio della fatica umana, aumentando i guadagni. Tra l’altro Leonardo sogna sempre il guadagno, gli piace fantasticare sul guadagno che potrebbe fare lui, gioca anche ai segreti, ai brevetti, e via dicendo. E mentre tende a vedere un progresso in questa tecnologia che porterà al risparmio di fatiche, quando però arriva alla macchina tessile scrive: "sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche, infuocate voci di quelli che fiano con tormento e spogliati e alfine lasciati ignudi e sanza moto, e questo fia causa del motore che tutto volge". Ritorna ancora una volta la contraddizione, il non poter mai prendere una cosa in senso letterale: questo fa parte del linguaggio artistico. Alcuni giorni fa ho sentito a una dottissima conferenza parlare di Leonardo e ricordare quando egli scrive: "Porterassi neve di state nei lochi caldi, tolta dalle alte cime dei monti e si lascerrà cadere nelle piazze, nelle feste, nel tempo dell’estate". Tutti a pensare: Leonardo studia il volo degli uccelli e pensa di portare dai monti la neve con chi sa quali espedienti. Invece, molto più semplicemente egli stava parlando ironicamente dell’acqua, la neve d’estate, che si porta nelle piazze per dar vita alle fontane. Ecco dunque questa capacità di contraddirsi e di sostenere in certi casi, lui che era un uomo pratico in cerca di una teoria, l’importanza non solo del linguaggio verbale, ma dell’icona, della figura. Infatti dice: "è necessario figurare, l'anatomista tutto sommato è inerme, il medico anatomista, perchè non è in grado di figurare adeguatamente". E ancora: "Quanto più minutamente descriverai con le parole, tanto più confonderai la mente del lettore; è necessario figurare". L’aver delineato un Leonardo così multiforme, Leonardo come mondo, Leonardo come epoca, Leonardo come scenario di cultura, mi dà la possibilità di rifare un salto avanti. E mi piace farlo avvicinandomi a un episodio recente, per entrare da un lato nel merito della comunicazione, dell’etica della comunicazione, in quelli che sono i fenomeni di riscoperta o di spettacolarità del presente, di quello che è l’effetto della comunicazione oggi, anche in rapporto al passato e per affrontare dall’altro, ancora una volta, i grandi temi dell’utopia e della profezia. Tempo fa è uscito su un giornale napoletano una recensione di una mostra, nella quale si dice: "Il sottomarino di Leonardo. Il genio fiorentino voleva sbarcare a Napoli con un sommergibile". Il riferimento era ad una piccola mostra, un anteprima, che avevo curato al Castel dell’Ovo e che tra l’altro riporta su questo viaggio a Napoli sul sottomarino una serie di mie opinioni, alcune delle quali da me effettivamente sostenute. Il tutto è nato da un titolo di un comunicato stampa che riprendeva il fatto che Leonardo in un suo promemoria di viaggio aveva scritto proprio così: a Napoli con il sommergibile... e con il modo di camminare sopr’acqua. E dal fatto che nella mostra era presentato il sommergibile ricostruito per la prima volta in base ad alcuni accenni di Leonardo. Ma ovviamente nessuno sbarcava col sommergibile, ed il modo di camminare sopr’acqua è un altro tema che è naturale che affascinasse Leonardo come qualsiasi uomo che sogna profeticamente, che sogna un futuro. Il problema della corrispondenza tra la comunicazione e quello che si vorrebbe comunicare è dunque un punto fondamentale. E a me interessa entrare nel merito di quello che è lo specifico ancora una volta di un approfondimento nello studio dell’antico. Leonardo aveva le sue utopie, spesso voleva quadrare il cerchio, e studiava il moto perpetuo. "Mi hanno dato oggi - scriveva in una mattina di natale - per mancia questa invenzione". Aveva trovato cioè la quadratura del cerchio di una luna. Poi cancellava perchè non era vero. Così come di volta in volta scriveva: "eccetera, perchè la minestra si fredda" proprio negli stessi fogli di matematica e andava a mangiare, poi cancellava quello "eccetera" e ricominciava gli studi di matematica. Leonardo sembra profetizzare la mano palmata, oltre al sommergibile, e tutta una serie di espedienti per andare sott’acqua. E in tutto questo si pone anche un problema di etica, perchè dice: "Certi espedienti - sostanzialmente allude alla guerra sottomarina - non ve li rivelo perchè sono a tradimento. Io vi rivelo altre armi che si vedono, ma non quelle a tradimento, invisibili, perchè fanno parte di una concezione di guerra sleale che non condivido". (Curioso questa senso dell’etica di uno che definiva la guerra "pazzia bestialissima"). Anche quando si afferma che Leonardo è stato il profeta di tutto questo andar sott’acqua, e addirittura del camminare sull’acqua e volare, bisogna essere sostanzialmente realistici. Va bene colpire la fantasia, l’immaginario del largo pubblico, ma se scaviamo ci rendiamo conto di come già ai tempi di Leonardo ci fossero problemi di comunicazione. Leonardo ad esempio pensava che le maree non fossero dovute alla luna, ma fosse il fondo del mare che respirava l’acqua. Egli si basava su una verifica empirica e non arrivava a concepire la realtà. Era però informatissimo sulle maree di tutto il mondo, perchè in tutto il mondo cercava corrispondenti. Cosicchè qualcuno, insieme alle maree, gli comunica come in Fiandra camminano sul ghiaccio. E viene a sapere che nell’oceano indiano i cercatori di perle e di coralli usano gli occhiali da neve - così li chiama lui - perchè evidentemente conosceva questi occhialini come occhiali da neve, perchè viene a sapere che nell’oceano indiano li usano i sommozzatori, e che usano anche degli espedienti per restare sott’acqua. Per quanto tutto questo in parte cancelli il mito di Leonardo profeta del nuoto, del nuoto subacqueo, così come in altri casi sembra cancellarci quello del volo, mantiene però sempre un margine forte di scoperta e di suggestione, dato che quando un artista mette insieme l’idea del volare in cielo, dell’andare sotto l’acqua e del camminare sopra l’acqua, proprio in una maniera da Cristo, ci fa ovviamente impressione. (Il sistema di camminare sull’acqua speriamo presto di sperimentarlo dal vero). E ciò che resta non è solo tecnologia, ma anche sogno: il sogno del volo, per esempio, non è solo un sogno tecnologico ma è immaginario, è archetipo, è inconscio, è un qualcosa legato alla psicologia di tutti i giorni e dei momenti dell’eccezionale fantastico. E’ curioso vedere come artisti profetici, completamente diversi tra loro, del nostro secolo, un romantico-visionario come Boechlin e Taklin, il famoso costruttivista russo della Rivoluzione, abbiano tutti ripreso le idee di Leonardo e le sue profezie sul volo (alla fine diventano sue, anche se prima di lui molti altri ci lavoravano). Ma dal volo torniamo un attimo a quello che è una forma "volante" (questo è veramente un salto)di museo. Abbiamo accennato prima alla realizzazione di un museo ideale, ideale anche perchè cerca di raccogliere stimoli, provocazioni, spesso forti provocazioni, per attualizzare una cultura altrimenti troppo mitizzata, ormai stereotipata. Per fare questo non bastava avere una sede stabile, fissa, ma era necessario creare degli strumenti nuovi. Il museo virtuale era anni fa ancora alle premesse, oggi è una cosa del tutto normale. Il museo volante è una altra cosa che abbiamo dovuto approntare, per spostare fisicamente delle cose; e poi gli archivi che non sono concepiti in maniera statica, ma sempre in maniera molto aperta, e sempre con quella ginnastica tra il passato e il presente, fino al kitsch, fino al consumo, fino ai mass media, fino a tutto quello che è la messa in discussione del mito e non solo della retorica più banale. Questo discorso sui musei è molto importante per quanto riguarda il tema della profezia, perchè il museo apparentemente è una forma codificata, conservativa. Esiste a questo proposito una letteratura infinita: in estrema sintesi si può dire che c’è chi si è scagliato contro il museo, dai futuristi in poi, e c’è chi ha parlato di rinnovamento in maniera a mio avviso sbagliata. Personalmente proverei a soffermarmi su tre tipi di musei. Il museo che conserva le grandi opere della civiltà, della cultura, del sapere, e che dovrebbe però essere perfetto. Oggi appare inspiegabile, con tutte le tecnologie ed il sapere in nostro possesso, che i musei, che poi sono fondamentalmente delle macchine anche sul piano del lavoro, dell’economia, della produzione, siano così lontani dalla perfezione che dovrebbero esprimere, anche quando trattano di cose fondamentali per la civiltà del passato e del presente. Caserta ad esempio ha un museo che da solo ha una potenzialità infinita: con i suoi milioni di visitatori ogni anno, è uno dei musei più visitati d’Italia ed è pazzesco pensare che un museo del genere non inneschi tutta una macchina di produzioni culturali, di animazioni, di corti circuiti sociali. Ci sono poi i nuovi musei, quei musei di arte contemporanea che si muovono spesso tra molti stenti, che si scontrano con l’incomprensione per le forme di arte attuale, perchè inspiegabilmente, dobbiamo riconoscerlo, l’arte che dovrebbe essere più facile per noi, quella del nostro tempo, è profondamente incompresa. E anche tra chi pratica l’innovazione e coloro che praticano l’informazione non sembra esserci alcun rapporto tra esperienze artistiche ed esperienze in cui operino tecnologie. E anche quando tale rapporto è minimo, o magari c’è e non ce ne accorgiamo, rimane pur sempre una sorta di rigetto verso una vera e propria interdisciplinarietà, una vera e propria interazione. C’è infine quello che ho chiamato museo ideale, o si potrebbe meglio definire museo profetico. Il museo dove tutte le cose s’innestano come in una macchina attiva. Un museo estremamente vivo, che tiene conto di tutta una serie di problemi, innanzitutto quelli di etica e di democrazia. La profezia di Leonardo relativa a questi uomini che oggi si parlano da lontano e si rispondono, fatta circa cinquecento anni fa, fa sorridere oggi, dato che anche a livello di musei, per esempio, io posso dialogare con tutti i musei del mondo. E infatti succede quotidianamente di parlare ora con l’India ora col Sudamerica. Ma non riesco a parlare nel mio Paese con l’altro museo, quello istituzionale, il museino tradizionale e pubblico, anche a causa delle degenerazioni del sistema politico che tende a creare posti di lavoro sbagliati per le persone sbagliate. Allora cos’è tutta questa comunicazione, se non può funzionare nello spazio di cinquanta metri? Oppure, e salto ancora da un caso all’altro, com’è che viene vissuto questo miraggio di Bill Gates? Voglio riportarvi un esempio che riguarda da vicino il nostro museo. Volevamo acquistare il codice Hammer, che abbiamo perso all’asta di New York, quando già avevamo scritto il comunicato stampa con il consolato italiano per annunciare che "Torna in Italia il codice Hammer". Lo compra invece Bill Gates con cinquanta miliardi, fa una biblioteca apposta per accoglierlo, ma poi sta un anno senza vederlo perchè "naturalmente" sa di averlo. Tutto questo introduce il grande tema dei diritti di autore, di quella che è libertà di informazione, di comunicazione e di quei musei perfetti, di cui parlavo all’inizio, quelli che custodiscono il sapere davvero straordinario, i capolavori assoluti. Ebbene, non si riesce a rinunciare all’idea di esporre l’originale per un secondo, e farti vedere una splendida, fedelissima riproduzione, per consentirti poi di accedere semmai per giorni interi a quelli originali, ma in altra maniera. Questi musei qualche tempo fa si dovevano rinnovare, ma questo rinnovamento in cosa si è tradotto alla fine? All’inserire nei musei un caffè, un bar e uno shopping, e al tempo stesso nel far pagare diritti carissimi di autore su ogni immagine che viene riprodotta. Questo dal punto di vista della civiltà della comunicazione mi sembra la cosa più grottesca, perchè praticamente si andrà ad introdurre nei musei la vendita delle stesse cose kitsch che venivano vendute sulle bancarelle. Si è rinunciato a cambiare la sostanza del museo e la sua vivibilità, dato che nessuno prenderà il caffè e si fermerà a dialogare all’interno del bar del museo, e al tempo stesso si sta costringendo tutti gli autori più seri, che finanziariamente non hanno disponibilità inesauribili, a non pubblicare più libri. I libri li pubblicheranno solo i funzionari delle soprintendenze dei musei, perchè questi vincoli insistiti sulla possibilità di fare fotografie, di averle, di pubblicarle, il costo che tutto questo comporta sta limitando fortemente l’informazione. Credo sia questo un punto interrogativo da porci anche oggi, quando si parla di etica e di comunicazione, quando si parla di profezia della comunicazione, perchè è una profezia perfettamente tagliata. Quando abbiamo pensato di realizzare il museo ideale avevamo in mente una forma apertissima di comunicazione, dove tutto quanto portasse a un caleidoscopio di scoperte, di situazioni praticabili, vissute, dove veramente anche il museo diventasse un opera d’arte vissuta. Tutto questo perchè? Per il senso profetico di vedere un rapporto costante tra l’uomo e il territorio, fra il museo e il suo territorio e il sociale; per l’idea che la scienza e la tecnologia operino veramente per il progresso civile; perchè tutto questo ci sembra irrinunciabile. Concludo con una ultima profezia di Leonardo, che è diventata per noi un monumento, ma un monumento non retorico, un modello di monumento che speriamo di realizzare con l’aiuto di tanti e di tutti, compreso voi, in tante città del mondo. Leonardo dice che "piglierà il primo volo, il grande uccello, la macchina volante, sopra del dosso del suo magno cecero (il monte del Cigno presso Firenze) empiendo l’universo di stupore, empiendo di sua fama le scritture, e gloria eterna al nido dove nacque". Leonardo stranamente parla di gloria, e parla di fama, lui che continuamente si è dovuto scagliare contro i trombetti, contro tutto il sapere accademico e formale e libresco del suo tempo, rivendicando l’arte come scienza, come "prima" delle scienze, proprio per la sua capacità di intervenire sul reale. Ecco la domanda con la quale intendo concludere: fino a quando, contrariamente a quello che succedeva in passato, l’artista resterà estraneo? Sarà allontanato dalla possibilità di intervenire nel progetto, e nella costruzione di quella che è la città del futuro e di quella che è la società del futuro? Di quella che è in sostanza una società, chiamatela estetica, chiamatela artistica, chiamiamola etica, ma comunque una società che a noi interessa, perchè è sicuramente più vivibile? Come vedete non è una profezia, ma è una domanda dalla quale però spero nascano delle profezie, grazie anche a tanti piccoli frammenti di utopia realizzata. Del resto oggi è difficile realizzare una grande utopia, lanciare grandi profezie, ma forse possiamo, anche in contesti limitati, valutare la praticabilità di piccoli ma importanti messaggi da realizzare, piccole ma importanti strade da percorrere. E’ questa, con un po’ di retorica, la mia conclusione. |