| IL LIBRO DI UNA VITA
Corrado Ocone |
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La prima impressione che ho avuto leggendo "Dell’Incertezza" è che qualsiasi persona che si occupi almeno un poco di filosofia vorrebbe essere un pò Salvatore Veca, vorrebbe aver scritto un libro del genere, perché, non so se Veca accetterà questa mia definizione, credo che in un certo senso questo sia il libro di una vita, in cui, nonostante i molti riferimenti bibliografici, egli si confronta con tutti i più importanti problemi filosofici mettendosi in gioco in prima persona.
Da questo punto di vista il sottotitolo, "Tre meditazioni filosofiche", per quanto la parola meditazione abbia un senso importante, tende a sminuire lo sforzo che sicuramente il libro è costato all’autore.
Continuando un pò rapidamente nell'elenco delle impressioni che mi sono venute dalla lettura di questo bel libro, voglio dire che la cosa che sicuramente colpisce è il fatto che è scritto in uno stile particolare. E’ sicuramente, come diceva Moretti, un libro difficile, che presuppone la letteratura filosofica di tutti i secoli e anche la contemporanea, ma è tuttavia scritto in modo piano e sobrio. A tratti l’ho trovato addirittura scarno ed essenziale (forse sono abituato troppo ad altri tipi di filosofi!). E mi sembra che Veca ci accompagni in questo libro lungo un itinerario suggestivo e affascinante, che è sicuramente complicato, difficoltoso, ma che comunque noi percorriamo, con il suo aiuto, con una certa semplicità. E questo secondo me è un grande merito. È un grande merito perché in un certo senso tutta la grande filosofia ha questo carattere "della semplicità", nel senso che siamo posti di fronte ai problemi in un modo piano e lineare, facilmente comprensibile da chiunque. La filosofia diventa in questo modo quasi esperienza vissuta, in un certo senso autoriflessione partecipe. E per questa via vengono toccate le corde nostre più profonde, cosicchè le difficoltà immani che questa disciplina ha, e che non voglio nascondere, a me sono sembrate sparire quasi di incanto. Veca ci propone infatti un percorso che nella prima meditazione riguarda i problemi dell’ontologia, "ciò che vi è "; nella seconda i problemi dell’etica, "ciò che vale"; nella terza i problemi dell’identità, "chi noi siamo". Questo tour guidato, come per altri versi l’ha definito Maffettone, non ci preclude però la possibilità di costruire a nostra volta un particolare percorso e confrontarci con le idee portate avanti da Veca. La filosofia, secondo me, nella prospettiva di Veca si laicizza concretamente. I suoi concetti, le sue categorie vengono continuamente immerse nel mare magnum dell'esperienza vissuta, uscendone man mano come trasformate, pronte di nuovo a reimmergersi in quel fluire incessante che è la vita, ma sempre più ricche, sempre più piene, sempre più ampie. A me è venuto in mente un pò il circolo ermeneutico. Sebastiano Maffettone parlava di un "io penso" legato all'intersoggettività, se ho ben capito. Sono d’accordo. Secondo me l’io a cui Veca fa riferimento è l'io incarnato che vive, tutto sommato, in un mondo di interpretazioni. "La vita esaminata", questo potrebbe essere il titolo in particolare della terza meditazione. Così suonava il titolo di un autore che sicuramente è molto presente in questo libro, Robert Nozick. Da questo esame la vita esce nella sua pregnanza, nel senso che Veca, in sintonia con la filosofia contemporanea più rilevante, cerca attraverso i suoi concetti di stringere la vita, ma non di costringerla. La vita insomma sembra sempre saperne qualcosa di più di tutti i concetti, e ti sembra quasi sempre sfuggire. Personalmente leggo in questo senso anche il rapporto certezza - incertezza che spesso ritorna nelle pagine del libro. C'è la capacità della filosofia di ascoltare il reale. E questo dice molto dell'umiltà di questo lavoro, che poi è in genere l'umiltà della filosofia, ma anche la sua grandezza, la sua forza, che è poi una non "prepotente potenza". E in questo senso, l'ultimo paragrafo del libro, che è stato in parte letto anche da Sebastiano Maffettone, quello relativo all'elogio della filosofia, è assai bello. Spesso i filosofi si sono impegnati in elogi della filosofia. Basta pensare a Merleau Ponty. Questo però è un paragrafetto piccolissimo e affascinante. L'elogio della filosofia è l’elogio del filosofare, e questo elogio consiste secondo Veca nelle virtù dell’ospitalità e dell’attenzione, cioè nella capacità di ascoltare e di dialogare. Quindi umiltà e forza che nasce da questa umiltà. Allora il movimento del filosofare che Veca porta alla nostra attenzione è sicuramente un movimento filosofico, ma è anche un movimento etico. Senza proporselo, almeno in prima istanza, almeno immediatamente, Veca nel momento in cui ci offre uno stile che è una concezione filosofica, cioè una concezione filosofica che si traduce in uno stile, in quello stesso momento ci propone ugualmente, in maniera forse non esplicita, un modo di essere e di comportarci, in sostanza un’etica. A mio avviso egli propone anche un paradigma di eticità. Per quanto labile e insicuro possa essere questo paradigma, come labile e insicura è in sostanza ogni cosa umana, l'equilibrio dell'uomo che esamina la propria vita, che riflette su di essa, e autoriflette sui modi della sua comprensione, l'equilibrio del filosofo, è in sostanza l'equilibrio di un ente finito e quindi un equilibrio che nasce (mi sia consentito il gioco di parole!) fra l'equilibrio e il disequilibrio. Quindi a una filosofia che non può mai essere impregiudicata, ("è una filosofia anticartesiana e antihusserliana la mia" ha scritto ad un certo punto Salvatore Veca), fa da pendant proprio un’etica che non ha pretese perfezionistiche e che ha dopotutto un’impronta, oserei dire, di classicità. Quella di Veca è a mio avviso un’etica che si richiama alla saggezza e alla ragionevolezza di Montaigne che non a caso compare spesso, è citato più volte. E Montaigne invita a costruire non tanto dei sistemi filosofici quanto a compiere dei ritratti, dei ritratti che sono poi in un certo senso ritratti del nostro modo di essere nel mondo. Ho segnato anch'io un passo che mi ha affascinato in modo particolare, ed è quello relativo all'inizio del quinto capitolo dell'ultima meditazione. Veca dice: "Nella meditatio vitae (forse questo è il senso forte della parola "meditazione" che compare nel sottotitolo) noi miriamo a ottenere un portrait di noi nel mondo che è inevitabilmente un autoritratto. Ci si chiede allora cosa voglia dire impegnarsi nell'attività del ritrarre. Che cos'è un ritratto? Diremo che un ritratto è un frammento di mondo cambiato, un pezzetto che conosce la metamorfosi in quello spazio in cui Montaigne può dire che noi siamo fatti tutti di pezzetti, e c'è altrettanta differenza tra noi e noi stessi che fra noi e gli altri". Insomma è questo un altro punto molto interessante e suggestivo del ricchissimo libro di Salvatore Veca. Sono tra quelli che hanno letto per prima l'ultima meditazione, quella che in un certo senso mi ha visto più partecipe. Bene! È interessante vedere come tutto sommato questa prospettiva di Veca che è, come lui dice, la prospettiva di "un osservatore partecipante", si riverberi nello stesso problema politico. È interessante leggere delle pagine sul liberalismo dopo aver letto l'ultima meditazione. La seconda meditazione è appunto dedicata ai temi e ai problemi della giustizia e dell'etica, e parla quindi anche di liberalismo. Più precisamente un capitolo di questa meditazione parla del liberalismo politico. Eppure a me sembra che dietro alla politica c'è anche in questo capitolo la filosofia di questo Veca ultimo, c'è ancora quella consapevolezza della necessità di un equilibrio, ma anche del fatto che di un equilibrio instabile, o detto altrimenti precario e provvisorio, debba comunque trattarsi. In termini politici potremmo dire che c'è necessità del conflitto, ma che questo conflitto va necessariamente regolato. L'ordine liberale non è certamente l'ordine della società giusta o regolata o perfetta, ma è anche in questo caso un ordine che si ricrea dal conflitto che emerge sempre, in continuazione. Ciò certamente può lasciare insoddisfatte le anime belle, ma, come dice Veca, qualsiasi altra ipotesi di possibile politico è allo stato dei fatti per noi peggiore. Mi fermo qui. A queste poche, tra le tante che sorgono dalla lettura di un libro così totale nel senso non metafisico del termine, impressioni che a me sono venute leggendo questo libro. Che a me piace definire il "libro di una vita". |
