PERCORSI GUIDATI
Sebastiano Maffettone

La prima cosa che vorrei fare è rassicurare Moretti e Dalisi. "Dell'incertezza", di Salvatore Veca, pubblicato da Feltrinelli, pone imbarazzo e difficoltà a chiunque voglia presentarlo, anche a uno come me che si occupa quotidianamente e professionalmente di cose simili da molti anni, perché in realtà è un libro in qualche modo impresentabile, non nel senso in cui mia moglie lo dice a me prima di uscire sulla porta di casa, ma in un senso più profondo. Non è un libro sintetizzabile in poche battute, almeno se presentare un libro vuol dire (se uno lo sa fare) dare un immagine del libro, darne una sua interpretazione abrégé e praticabile, più o meno come alcuni scrittori che scrivono sulle riviste americane di auto fanno per presentare i nuovi modelli delle automobili.

Bisogna cioè cogliere le caratteristiche essenziali, cercare di dare a chi sente un modo per usufruire dell'oggetto in maniera avvantaggiata rispetto a chi non lo ha letto o non ha sentito le cose che tu scrivi o dici. Quello che è difficile fare di questo libro è esattamente una presentazione di questo tipo, che - a mio avviso - sarebbe l’unica intelligente. Perché "Dell’Incertezza" è un libro troppo importante e cospicuo - non solo per la mole delle pagine, ma anche per la densità del contenuto - per poter fare qualcosa del genere.

È un libro di studio e riflessione, e a questo bisogna rassegnarsi. Non per niente il sottotitolo dice: "Tre meditazioni su "ciò che è ", su "ciò che vale" e su "chi noi siamo". Ho letto con grande attenzione il libro, l'ho letto con grande passione e interesse in un momento delicato della mia vita personale, in cui però avevo voglia di leggere una cosa bella e complicata, e mi ha fatto molto piacere. Moretti e Dalisi in modi diversi hanno colto degli aspetti importanti del libro, e io non mi sottrarrò certo al compito di presentarlo, anzi cercherò di farlo con maggiore accanimento e maggiore capacità possibile. Mi avvarrò in questo anche di qualche vantaggio oggettivo e soggettivo.

Tra i vantaggi oggettivi metterei sicuramente il fatto che stiamo a Napoli. So che Veca è da sempre molto affezionato a Napoli, e credo che lo sia non solo per le sue origini napoletane (suo padre era napoletano e a lui è dedicato il libro, cosa questa tutt’altro che banale), ma anche perché Napoli in filosofia è a mio avviso una cerchia di riconoscimento stabile. Lo dico perché sono napoletano? Non posso escluderlo, ma credo che sia vero. Napoli ha questa caratteristica oggettiva, per cui il libro si presenta meglio a Napoli che altrove. E siccome "la cerchia di riconoscimento stabile" è uno dei punti importanti del libro di Veca, tenetela bene a mente come espressione.

C'è poi una questione storica banale, più concreta, ma in questo posto sicuramente da sottolineare. Ed è che forse la prima traccia compiuta dell’iter che poi dà luogo, come esito finale, al libro, risale a una lezione che Veca ha tenuto qui nel 1991 dal titolo "Cinque meditazioni filosofiche". Ricordo bene che la discutemmo a lungo, e che in nuce contiene molti degli aspetti del libro, compresa quella fondazione trascendentale pragmatica originale che rimane uno degli elementi essenziali del libro attuale. Sei anni quindi di incubazione per un’idea importante, che ha avuto qui dentro un elemento fondamentale del suo "pedigree".

E vengo alle caratteristiche soggettive. Io ho avuto il vantaggio, il privilegio, il piacere di discutere molte di queste cose con Veca negli ultimi dieci anni, e anche prima per la verità. Attraverso la lettura del testo, ho sentito anche i suoi commenti, le sue parole, le sue indecisioni che poi sono diventate scelte. Nella prima parte della presentazione cercherò dunque di proporre un guided tour al libro di Veca. Naturalmente, come in tutte le cose idiosincratiche non vi saranno pretese di oggettività: anche se conosco abbastanza bene il libro, e non mi sfuggono alcuni dei suoi scopi, la mia visita guidata, come tutte le altre, saprà di pregiudizio, che poi è il mio pregiudizio, ed in quanto tale non si può togliere di mezzo. Nella seconda parte cercherò invece di discutere un capitolo specifico del libro, quello dedicato al liberalismo (ho scritto parecchio in questi anni su queste cose e ne ho discusso molto con Veca), perché vorrei fare delle obiezioni.

Il tutto ha tra gli altri uno scopo preciso, quello di mostrare che il libro ha una grande capacità di inquadratura dei problemi, cioè un orizzonte molto vasto di interessi tematici, e al tempo stesso è molto profondo sui singoli argomenti all’interno del quadro che presenta. E’ abbastanza ovvio che in un libro di filosofia, ma in generale in un libro, se voi rapportate la vastità del campo di azione trattato rispetto alla profondità con cui ogni singolo argomento viene trattato, e il rettangolo che così costruite è molto ampio, avrete un libro di grande importanza teoretica. Anche se non bisogna essere tentati da geometrie troppo elementari e banali, in sostanza il libro tratta molte cose e le tratta estremamente in profondità. E questo è ovviamente un elemento di grande interesse del libro stesso.

Comincio naturalmente dalla visione generale proponendo due indicazioni di lettura di carattere generale, una che riguarda il metodo e l'altra la sostanza. Dal punto di vista del metodo farei tre raccomandazioni. Innanzitutto badare molto allo stile e al linguaggio, non soltanto quando si parla del linguaggio, ma in tutto il libro. Veca dice all'inizio e alla fine del libro che "il bene comunicare" è uno degli scopi del libro, perché è "il bene comunicare" che rende la comunità in qualche modo più stabile e meno incerta su sé stessa. Ma al di là di questo, ritengo che questo libro sia veramente fondamentale per la ricostruzione di un linguaggio filosofico italiano. Sono parole impegnative, ma non le dico a caso. In Italia abbiamo avuto una grande fioritura filosofica, con personaggi come Croce e Gentile, ma poi siamo rimasti orfani di grandi filosofie. Una delle mancanze era visibile nel fatto che il linguaggio fosse sempre importato. Chi prediligeva il tedesco, chi l'inglese, chi il francese.

"Dell’Incertezza" a mio avviso dà un contributo fondamentale alla costruzione di un linguaggio comune su cui lavorare. In questo senso Moretti ha pienamente ragione. La funzione di ipertesto può essere quella di dare un contributo imponente, significativo e da seguire, all'edificazione di una filosofia nazionale. Che poi questa filosofia nazionale sia internazionale ( e questo è il secondo punto), non crea alcun problema. Io credo che il libro sia insieme molto italiano e molto internazionale; molto internazionale perché dice delle cose interessanti (e non si vede perché privare chi abita al di là delle Alpi o al di là del mare di Sicilia della lettura di cose interessanti!); molto italiano perché questo aspetto di una filosofia emergente dalle nostre discussioni ( con "nostre" intendo di tutti noi che siamo in questo Paese), è molto visibile.

Il terzo punto riguarda invece il rapporto, a mio avviso fondamentale, tra metafilosofia e filosofia, laddove per "metafilosofia" intendo la discussione sulla filosofia fatta da altri. Veca infatti cita moltissimo e discute moltissimo, soprattutto vive moltissimo, le idee di alcuni altri filosofi, contemporanei e non, ma ha anche delle sue tesi molto precise. E questa è un altro aspetto importante del libro: c'è un equilibrio apparentemente spontaneo, ma probabilmente curato e quasi perfetto, tra parti in cui Veca parla di altri e parti in cui parla di sé stesso. Credo che questa sia una cosa molto rara. Noi abbiamo filosofi bravi nel descrivere gli altri e abbiamo filosofi originali nel proporre le idee proprie. È difficile trovare una sintesi così equilibrata e fertile tra le due cose.

Nel leggere un libro bisogna, come il buon senso vuole, cominciare dall'inizio e possibilmente arrivare alla fine. Ma se dovessi scegliere all’interno delle tre parti quale mettere prima, io direi, con Troisi, di ricominciare da tre. Ricominciamo da tre, e leggiamo prima la terza parte perché secondo me si capisce meglio il libro se si comincia dalla terza meditazione, quella su "chi noi siamo". Questo perché la questione principale, eponima del libro, sostanzialmente quella "della incertezza", dipende moltissimo da chi noi siamo. È rassicurarci su chi noi siamo che in sostanza stabilizza le cerchie di riconoscimento, le rende stabili, fertili, e rende possibile quelle connessioni e quelle comunicazioni di cui si parlava prima. La domanda su "chi noi siamo" genera risposte filosofiche che stabilizzano cerchie di riconoscimento. E quindi all'interno di questa meditazione, a mio avviso, si gettano le basi per cui l'incertezza sul riconoscimento comincia ad essere parzialmente superata.

Attraverso lo scambio di riconoscimenti noi ci autoidentifichiamo e ci eteroidentifichiamo, e in questo senso rendiamo stabile la comunicazione, fattiva, operosa, sensata, per cui la instabilità è vinta in qualche modo o comunque trova una nuova sfida ( non è mai vinta del tutto come si evince dal testo del libro). E da qui parte la ricostruzione che da un lato è ontologico-linguistica nella prima meditazione, e dall’altro è etico-politica nella seconda. Cioè noi prima dobbiamo stabilire delle connessioni, come è stato detto da Moretti, e poi da queste possiamo ricostruire il linguaggio e l'azione pratica. Da questo punto di vista, viene proposta una soluzione generale di tipo intersoggetivista. Il tipo di intersoggettività proposta è estremamente problematico. E i riferimenti culturali sono praticamente infiniti.

Volendo dare un nome filosofico a questa posizione (qui sarà molto interessante naturalmente sentire l'autore), io direi di parlare di posizione "trascendental-pragmatista". Ci sono sicuramente elementi di pragmatismo, molto originali tra l'altro, e ci sono sicuramente elementi di filosofia neotrascendentale. Gli autori sono ancora una volta i tre che ho citato all'inizio, Apel, Peirce e Wittgenstein, ma anche, tra i contemporanei, Quine, Rawls e Nozick, e tra i classici Hume, Kant ed Hegel.

Su questi aspetti l'equilibrio è impressionante. La capacità di dosare versioni delle tesi di questi autori con la propria posizione è veramente ben riuscita. Questo è segno che l'idea fondante è forte, e riesce quindi a amalgamare l'enorme quantità di materiale estraneo con il proprio. Da questo punto di vista, la ricostruzione linguistica non contrappone verità e solidarietà, come fa invece un importante filosofo che discute molto di metafilosofia e meno di filosofia, Richard Rorty. L'intersoggettività come fondamento della comunicazione si pone da questo punto di vista in maniera alternativa al solidarismo di Rorty. Direi che i meccanismi di riconoscimento sono proposti in una visione che è quasi dialettica (cosa non da poco se riferita alla filosofia contemporanea dove non si può dire che le filosofie dialettiche siano di moda). Questo perché il criterio soggettivo è sempre commisurato al criterio oggettivo, e la paura dell'incertezza, che è la base della necessità di autoriconoscersi e di eteroriconoscersi, e che spinge a creare quelle famose cerchie stabili di riconoscimento, non viene mai vinta del tutto. Senza contare che se anche fosse possibile farlo ci sarebbe dall'altro lato a trattenerci il tedio della certezza.

Noi scegliamo dunque continuamente tra la paura dell'incertezza e il tedio della certezza, restando in movimento tra l'uno e l'altro. Tra soggetto e oggetto, e tra certezza ed incertezza, non scegliamo mai una sola banda, ma cerchiamo dialetticamente di stare in equilibrio tra le due. "Dell’Incertezza" è dunque un libro sicuramente kantiano, anche per la chiarezza categoriale che impone, come è nella tradizione di Veca, ma nel quale ci sono anche matrici che direi wittgensteiniane ed hegeliane, che cioè leggono l’"io penso" kantiano in termini di intersoggettività e di forme di vita.

Sulla base di queste frettolose premesse teoriche, vi suggerisco di leggere la prima meditazione partendo dal paragrafo 5.4, pagina 80, laddove Veca parla della verità in termini di intersoggettività, perchè è molto esplicativo e fa capire bene le intenzioni dell'autore. Farei seguire poi la lettura del paragrafo 4.7, sempre nella prima meditazione, sulla contrapposizione di Rorty tra verità e solidarietà. Questi due paragrafi sono molto importanti, perché da un lato mettono in evidenza bene l’aspetto relazionista e intersoggettivista della fondazione del riconoscimento, dall'altro distinguono la tesi dell’autore da chi è andato troppo avanti in questa direzione.

L'inizio della prima parte, il paragrafo iniziale sul linguaggio, in cui viene data tra l'altro la nozione fondamentale di "importanza", è essenziale anche per la comprensione delle altre parti. Gli aspetti teoretici del libro sono infatti sempre letti non solo in chiave di comprensione, ma anche in termini di importanza; e anzi si sottolinea che non si dà comprensione se non si avverte la rilevanza di un problema. Salienza e significato sono interconnessi in maniera fondamentale in tutto il libro. Estremamente interessante è anche il paragrafo 2.2, "Fare parte di una comunità linguistica".

Nella seconda meditazione invece comincerei dal capitolo III, "Riconoscimento e identità". Naturalmente niente si può saltare ma, a mio avviso, questo capitolo aiuta molto a capire il senso di tutta la seconda meditazione. Nel paragrafo su "Il dilemma della condivisione politica", il 5.7, Veca riprende in maniera creativa e originale una analitica dei conflitti che è di Alessandro Pizzorno, il quale distingue i conflitti in distributivi, ideologici e identitari, e sostiene che quelli che veramente contano sono quelli identitari.

E proprio questa è la chiave per la lettura della parte III prima delle altre, come ho proposto all'inizio. Questo paragrafo aiuta a capire perché il conflitto su "chi noi siamo oggi" è più importante di quello su che tipo di ideologia o di religione debba avere ciascuno di noi.

Nella terza meditazione sottolineerei l'importanza del paragrafo su " Il punto di vista intersoggettivo", l’1.4, nonché quella del 2.2, sul concetto di "Solitudine". L'idea di solitudine involontaria è un'altra delle idee centrali del libro, perché rappresenta l'esito drammatico della mancata comunicazione. Quindi alla mancanza di cerchie di riconoscimento stabile fa da contraltare la solitudine involontaria, che rappresenta l'esito disastroso della mancata interazione di successo. Anche se naturalmente non si può non sottolineare la parte sul significato della vita, a me è particolarmente piaciuto il paragrafo 3.3, "Perché la ragione è importante", perché è un paragrafo che, seppure in maniera non esplicita, è molto rilevante in termini di metafilosofia comparativa (se mi si passa il termine un po' aspro), cioè di analisi della filosofia contemporanea in termini di comparazione con altri punti di vista.

Qui in fondo Veca prende nettamente le distanze dalle critiche del logocentrismo che per esempio da Foucault a Derrida hanno costituito parte non banale della filosofia contemporanea, perché dice sostanzialmente che la filosofia è e non può essere che avversione alla misologia (laddove la misologia naturalmente è odio per il discorso), cosa di cui sono veramente convinto. In questo senso la scelta teoretica a livello fondazionale e profondo è molto chiara. Ci sono due modi di fare filosofia. Un modo che dice che il linguaggio tradisce le nostre intenzioni e un modo che dice molto banalmente che le rivela. Magari non le rivelerà fino in fondo, ma se noi togliamo nella filosofia l’amore per il linguaggio togliamo anche l’amore per la comprensione, per la verità, per il significato e alla fine anche la possibilità di riconoscerci. Personalmente su questo punto sono molto d'accordo. Ho sempre pensato che ci siano due grandi forze al mondo, una è la violenza e l'altra è la comunicazione pacifica, e da sempre ho preferito la seconda (non a caso mi piace la filosofia). Da questo punto di vista credo che essa sia anche uno strumento politico.

Ho trovato molto convincente la versione sull'importanza della politica presente in questo libro. Ho cercato di dirlo in maniera, temo, troppo complicata, ma mi sembra che sia uno dei concetti centrali. Ci sono quelli che dicono che la centralità del linguaggio nella filosofia è un modo per mascherare una violenza che è insita nel discorso, e altri che affermano che l'unica speranza che abbiamo di riscattare la violenza che è nelle cose sta nel linguaggio. Veca appartiene come me sicuramente a questa seconda categoria, e credo che faccia bene ad appartenervi. Pagine molto belle ci sono pure nella parte su "Emozione e ragione" ma non ne parlo per evidenti limiti di tempo. So di avervi condotto in questa specie di percorso guidato in maniera frettolosa, impropria, inferiore all'attesa. D'altronde leggere (come è noto) vuol dire in qualche modo tradire, e questo è un libro che si presta ad essere tradito, perché è difficile anche per chi lo conosce abbastanza.

Passo al punto specifico che intendo discutere, quello del rapporto tra liberalismo e democrazia, che Veca affronta nella seconda meditazione, quella su "ciò che vale", e precisamente nel capitolo V, "Il liberalismo politico". Egli critica inizialmente quella che chiama "la prospettiva additiva", la prospettiva di coloro che mettono d'accordo pacificamente e senza particolari tensioni liberalismo con democrazia. A pagina 158 troverete tre tesi sulla prospettiva additiva. La prima è tutto sommato quella che identifica la libertà con la libertà negativa e la democrazia con la libertà positiva, ed è in qualche modo la tesi di Isaiah Berlin; la seconda è la tesi che divide invece liberalismo e democrazia secondo libertà e uguaglianza; la terza è quella più schiettamente storica che dice: "Beh, qui tanta filosofia non serve! Ci sono regimi liberali che poi si trasformano gradualmente nel tempo in regimi democratici, perché aumenta la base partecipativa del regime stesso". Veca critica queste concezioni e dice che la liberaldemocrazia in realtà vive della tensione tra liberalismo e democrazia.

Prima di passare a vedere il perché, che è molto importante ovviamente, io direi che c'è una quarta versione (che poi guarda caso è la mia, perciò mi interessa molto!) sul rapporto tra liberalismo e democrazia che permette di articolare pacificamente senza negare quella tensione che giustamente per Veca è così importante. E’ la versione per cui sostanzialmente il liberalismo è l'aspetto fondazionale e la democrazia è l'aspetto applicativo, nel senso che la democrazia è una tecnica di governo e il liberalismo una fondazione filosofica. Anche la mia naturalmente è una versione, come tutte, non esente da critiche. Ma la ritengo interessante perché permette di combinare due cose in maniera sensata. Veca afferma che ogni persona, ideologia, regime, teoria liberaldemocratica, deve prendere sul serio questa tensione tra liberalismo e democrazia, e che il liberalismo in sostanza è costituzionalismo, unanimismo e versione dei valori comuni, (quei pochi valori comuni che tengono insieme una comunità), mentre la democrazia è procedura, è regola di maggioranza, è per sua natura aggregativa. Quindi il liberalismo cala dall’alto, la democrazia nasce dal basso, aggregando le preferenze reali degli individui.

La mia tesi, come quella di Veca, è che il filosofo si occupa di liberalismo e non di democrazia, che in sostanza non c'è niente di filosofico nella democrazia. Tutta la filosofia sta a monte, nel liberalismo. Quel poco che possono fare i filosofi (come è ovvio c'è una divisione del lavoro in tutte le cose e quindi i filosofi si interessano solo di una parte della liberaldemocrazia) consiste nel cercare di chiarire alcuni principi comuni della convivenza che noi non vorremmo che alcuna votazione democratica violasse. Supponendo che in questa sala sia rappresentata l’intera società nella quale viviamo, e che si possano scegliere delle forme di vita e delle leggi che regolino questa convivenza, la parte liberale e costituzionale sarebbe quella che impedisce di fare determinate scelte a maggioranza. Se per esempio questa sala votasse contro la libertà di parola, noi potremmo dire che non si può fare perché a monte, nella prima riunione fondazionale di questa società, abbiamo stabilito che la libertà di parola è troppo importante perché possa essere rimossa a maggioranza. La mia tesi è semplicemente che ciò che fa la democrazia non interessa particolarmente la filosofia, anche se ovviamente la democrazia ha significato e valore.

L'aspetto filosofico della questione sta nello stabilire che cosa bisogna fare a monte per stabilire che cosa non si debba fare poi votando. Quello che avviene a livello delle preferenze reali e delle decisioni di fatto non è particolarmente filosofico, è solo una questione di decisione di poteri. È una questione importante, molto significativa, ma che non verte sull'essenza filosofica del problema, la quale invece discute su quali siano gli aspetti fondamentali della convivenza basati su quei valori comuni che noi non vogliamo mettere a rischio nella votazione. Ora è chiaro che anche la costituzione originaria è stata fatta con qualche forma di maggioranza (e poi c'è una sorta di regresso che impedisce di dire che c’è solo filosofia e non democrazia). Tuttavia l'alternativa resta e il tifo per la democrazia è conseguenza di una di quelle filosofie che contrappongono solidarietà a verità, cioè delle filosofie scettiche. Su questo punto ci sono molte oscillazioni, anche nel libro che discutiamo stasera, e spero che Veca ce le chiarirà. In ogni caso sarei dell'idea di invitarlo a dare meno peso al valore della democrazia nella fondazione generale.

C'è un filosofo contemporaneo assai importante che Veca conosce molto bene e che è anche sullo sfondo di queste pagine, il quale in uno dei suoi ultimi libri ha ripreso in termini originali gli aspetti filosofici della democrazia. Si tratta di Jurgen Habermas. Leggendo con attenzione le cose che ha scritto io sono convinto che abbia torto, e che abbiano ragione quei filosofi come Rawls e Dworkin che invece hanno insistito sugli aspetti fondazionali, costituzionali e per così dire "aprioristici" del liberalismo come essenza della filosofia politica.

Vorrei a questo punto leggere tre righe dal testo, che mi piacerebbe lasciare come conclusione del mio intervento. Sono tre righe tolte dall'ultimo brevissimo paragrafo che dicono: "Vorrei una filosofia ospitale. Vorrei che la mia lo fosse per altri. Vorrei anche che ciò fosse naturale. Che avesse il dono della giustezza. Non mi piace l’ospitalità opportunista o quella sciatta, sbracata. Mi piace l'attenzione. E la cura, discreta, nel ricevere, nella cerchia della philia, ha una sua naturale bellezza".

Devo dire di aver preso molto sul serio queste parole. Non so se sono stato all’altezza di quella cura che viene richiesta per entrare nell’ospitalità, ma giuro che ho fatto tutto il possibile.