| UN PONTE TRA UOMINI E COSE | ![]() Riccardo Dalisi |
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Ai miei figli mi piacerebbe poter dire: "Sarei davvero contento se fossi riuscito a fornirvi degli elementi di linguaggio in modo che voi possiate scegliervi i vostri interlocutori, i vostri rapporti, le vostre persone", perché il linguaggio è per l’appunto rapporto. Il linguaggio è un legame, un ponte tra gli uomini, ed un ponte tra gli uomini e le cose. Il linguaggio della poesia per esempio, ci fa entrare in rapporto con l’universo. Il poeta ci fa percepire il cielo, le stelle, i fiori in maniera particolare, straordinaria. Ed in quanto è capace di metterci in rapporto con l’universo, il linguaggio poetico è un mondo di conoscenza. Anche il linguaggio scientifico è un mondo di conoscenza che ci fa entrare in rapporto con i fiori, con le stelle, ma lo fa in modo diverso. Si tratta di tanti ponti, di tanti modi diversi di entrare in rapporto con le cose. Il linguaggio è rapporto con il tutto, ed è quindi fondamentale per l'uomo coltivare il più possibile tutti i linguaggi, perché più si coltivano linguaggi, più si vive e più si entra in rapporto con il tutto. E questo significa vita, perché una persona che non ha rapporti, che ha limitati rapporti, è una persona che ha anche una vita limitata. Forse questa mia considerazione è abbastanza scontata, ma mi è sembrata una utile introduzione ai due racconti che intendo, per l’appunto, raccontarvi. Io sono anche un designer, un architetto che si è ritrovato a fare il designer ad un certo livello. Ho avuto ed ho rapporti con aziende italiane e straniere anche molto importanti, e mi piace interessarmi di molte cose. Per esempio, ho fatto del design povero, estremamente povero, con ragazzi di strada a Napoli. Ho cercato, attraverso il disegno, e poi la creazione di oggetti, di stabilire un rapporto e quindi di creare un linguaggio comune con gli scugnizzi napoletani. Per stabilire un contatto, un rapporto con questi ragazzi, dovevo creare un linguaggio. All’inizio mi avvalevo del disegno. Disegnavano, non so, Topolino, o le cose che più o meno disegnavano a scuola (anche se non tutti andavano a scuola). Poi cominciai a portare dei modelli di architettura. A poco alla volta, osservando come disegnavamo io e gli studenti del mio corso di laurea, cominciarono ad emularci. Venivano fuori dei disegni interessanti, e si cominciava a stabilire un vero flusso di comunicazione, un linguaggio intermedio (che ho cercato anche di definire) tra colto e non colto, tra colto e popolare. Loro comunicavano più con i simboli propri della cultura popolare (il cuore, il fiore) oppure facevano dei disegni un pò astratti nelle cui trame si vedevano dei tracciati di strutture arcaiche, un pò totemiche (facemmo degli studi nei quali furono coinvolti tra gli altri De Masi e Lombardo Satriani). Una volta io e i "miei" scugnizzi partecipammo ad un concorso che aveva per oggetto una poltrona. Vincemmo il secondo premio, e quando furono pubblicati i risultati, a Milano mi dissero: "Come fai ad avere uno studio professionale tanto grosso, con oltre quaranta persone!?". Erano gli anni 70. Poi per un certo periodo ho smesso di fare queste cose, e mi sono dedicato al design di tipo più sofisticato. Ma poi la vecchia passione ha ripreso il sopravvento e da qualche tempo ho avviato un altro esperimento interessante, anche questo a mio avviso molto indicativo. Del resto sono stato chiamato all'università di Stoccolma sul tema dell'arte povera, della comunicazione povera, proprio perché in questo momento, in architettura, in tutte le arti, c'è un ritorno di grande interesse per il movimento analogo a quello dell'arte povera. Tutto è stato invaso dalle tecnologie e si è perduto molto di autenticità, per cui c'è un ritorno di interesse anche culturale, scientifico, analitico, per gli esperimenti di questo tipo. Da poco più di un anno alla porta del mio studio bussava un povero che vive soltanto di elemosina e che non ha mai lavorato in vita sua. Non di rado mi lasciavo intenerire e gli davo diecimila, cinquantamila lire, più o meno ogni settimana. Ad un certo punto mi sono stufato e gli ho detto: "Comincia a tagliare queste lamiere!". La cosa procede da più di un mese. Sicuramente mi costa di più. Devo insegnargli le cose più elementari, a tagliare bene, poi a limare o a battere lamiera, e sforzarmi di trovare degli spunti di forte interesse figurativo che possano essere elaborati anche da chi non sa lavorare. Ma ne stanno uscendo fuori delle cose interessanti, una nuova linea del design. È una spinta creativa , una nuova vena di linguaggio. Ho sempre fatto il tentativo di indagare sulla comunicazione. Un designer che sperimenta è in fondo una persona che indaga sulla comunicazione. Una forma, la forma di un oggetto, non è più bella o più brutta rispetto ad un’altra, ma una forma che comunica di più o di meno. La stessa industria più avveduta e intelligente si pone il problema se un oggetto può comunicare o meno, e se una comunicazione è più o meno aderente al momento attuale. Il mercato corre su questo tipo di comunicazione, e ciò è un fatto sociale di grande importanza. Per me il rapporto con questa persona, che si chiama peraltro Gennaro, è diventato di tale interesse che ne ho parlato anche a Stoccolma. Sto scrivendo un diario. Ne uscirà fuori un libro che credo intitolerò - non so - "I miserabili del design e dell'arte" o "I miserabili del linguaggio". La trovo una cosa molto bella: più è povera la cosa, più c'è l'impegno a compiere uno sforzo comunicativo di grande impatto! La seconda vicenda che intendo raccontare è forse un po' meno eclatante ma spero altrettanto interessante. Ancora a Stoccolma, sono andato a visitare un museo etnografico che sta in un bellissimo palazzo ottocentesco. Questo museo è dedicato in parte all'automobile, e all'ingresso ci sono due colonne con due statue, tra le quali hanno messo un'altra colonna su cui poggia un’automobile, un modello vecchio, un po' arrugginito. Mi sono detto :"Guarda un po'! Sembra una cosa napoletana, tanto è approssimativa. Come è possibile che in questo paese, ricco, molto avanzato tecnologicamente, invece di fare un monumento sofisticato, brillante, hanno preso un’auto scassata e l'hanno messa là?" La risposta è semplice: in questo modo l'automobile vecchia, scassata, diventa un monumento. E’ la cosa che ho scoperto, non perché ci ho pensato o me l'hanno spiegata, ma per l'emozione che ho provato. Il museo dell'automobile è sentito talmente da essere incluso nel museo etnografico. Anche a Torino c'è un grosso museo dell'automobile. E a Parigi c'è un grosso museo della storia dell'automobile, che è straordinario, enorme, interessantissimo. Ma il museo etnografico è cosa ben diversa. Qui siamo nel campo dell'antropologia! E proseguendo su questo tema, ho visto automobili a metà ancora tra carrozzella e automobile (che è per certi aspetti una carrozzella a motore), e ho provato la stessa emozione che avrei avuto se mi fossi trovato di fronte al passaggio darwiniano dalla scimmia all'uomo. Una cosa impressionante! E subito dopo c'era la storia della loro terra, le capanne dei nomadi completamente rifatte, i tamburi degli sciamani. Una cosa di una grande suggestione! L'automobile quindi fa ormai parte del patrimonio etnologico di quella nazione. Loro la sentono così! Mentre noi l'automobile, e forse anche Internet, li sentiamo come strumenti tecnici ancora estranei alla dimensione profonda della nostra cultura. Il passaggio da fare, il passaggio da ciò che è ancora visto come uno strumento tecnico a ciò che invece appartiene allo sforzo dell'uomo di tradurre in linguaggio ogni cosa, ce lo possono far fare e ce lo fanno fare anche gli artisti, perchè possiamo parlare di linguaggio solo quando qualche cosa diventa profondamente umana. Il che però non avviene sempre. Per esempio, la pubblicità è vista prevalentemente come un sistema per fare soldi. Ma la pubblicità è anche un sistema di comunicazione, un linguaggio, grazie anche agli artisti (la pop art ne è un esempio). L'arte aiuta potentemente questa trasformazione, l’assimilazione nell'umano di cose pensate solo come strumentali. E che per questa via diventano linguaggio. Capacità di trasmettere emozioni. E di mettere in relazione persone diverse. |
