| INTEGRATI E AUTONOMI | ![]() Luigi Frey |
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Le innovazioni tecnologiche
ed organizzative producono sempre più consistenti risparmi di lavoro
per unità di prodotto e quindi hanno effetti molto rilevanti sulle
quantità di lavoro impiegate nella produzione di beni e servizi.
Sta come è noto qui la genesi di una disoccupazione notevole e crescente,
che rappresenta un problema di tutte le società come dimostra l’esperienza
della stessa Germania, che nonostante sia orientata ad assumere un ruolo
attivo e dominante nel processo di globalizzazione dei mercati, non è
certo immune da questi problemi.
Il notevole risparmio di lavoro conseguente alle innovazioni genera non solo problemi di disoccupazione ma anche di sottoccupazione e di precarietà. Nelle dinamiche in atto e, ancor più in quelle attese per il futuro, la possibilità di inserimento nei processi produttivi potrebbe appartenere sostanzialmente al lavoro di alta qualità e a quello di qualità relativamente bassa mentre sembra in vista un ridimensionamento drastico delle possibilità di espansione dell’occupazione per larga parte della fascia intermedia. Abbiamo in pratica dinanzi a noi una prospettiva nella quale coesisteranno una situazione di disoccupazione di massa e dinamiche occupazionali rilevanti per il polo a più alta qualità e per quello a più bassa qualità, anche se entrambi questi poli avranno essi stessi problemi di precarietà connessi al mutamento continuo ed incessante dei processi produttivi. C’è un problema di capacità di adattamento del lavoro ai processi di cambiamento rispetto ai quali chi non è adattabile sarà sempre più debole. Il lavoratore che è disponibile ad accettare posti di lavoro di bassa qualità, quelli che nel linguaggio anglosassone sono chiamati bad jobs, posti di lavoro che hanno condizioni di lavoro che generalmente non sono desiderate, sono lavoratori di limitata capacità di adattamento e sono dunque soggetti ad un flusso continuo di entrata ed uscita. Gli stessi processi migratori di massa a livello internazionale contribuiscono a esasperare questa entrata e uscita continua dai processi produttivi del lavoratore che accetta il bad job. Per quanto riguarda i good jobs, i lavori ad elevata qualità, il problema della capacità di adattamento è legato molto alla possibilità di avere una base culturale adeguata ad accettare il cambiamento, a gestirlo anzi con un ruolo di attore positivo. E’ un discorso molto grosso, che investe la tematica della formazione, i suoi contenuti, il suo rapporto con il lavoro. Una formazione che sempre di più è vista in tutte le dimensioni come una lifelong learning, cioè una formazione che dura per tutta la vita, una vita che data la possibilità di invecchiamento della popolazione tende ad essere sempre più lunga. Ma i processi di cambiamento in atto stanno avendo un effetto molto importante anche in un’altra direzione, quella del lavoro autonomo (qui occorrerebbe definire che cos’è il lavoro autonomo: l’imprenditore, il libero professionista, l’impresa che ha una base sostanzialmente familiare, lo stesso telelavoro rientra in parte in tale ambito così come forme che sono chiamate di economia informale delle varie realtà del lavoro). Il lavoro autonomo ha avuto un ruolo molto rilevante nel passato ed è stato ridimensionato nella seconda fase della rivoluzione industriale, come dimostrano i dati statistici relativi al peso crescente del lavoro dipendente e al ridimensionamento dello spazio di lavoro autonomo sul lavoro complessivo. Con la società informatizzata riemerge l’importanza e il significato del lavoro autonomo, e riemerge da più punti di vista. In primo luogo perché il lavoro autonomo è per definizione flessibile e ha una dinamica connessa alla dinamica delle imprese. In tutti i paesi industrializzati le imprese nascono e muoiono con estrema rapidità nel primo anno di vita (non a caso tale fenomeno è chiamato mortalità infantile delle imprese). In media muore più del 30% delle imprese, in alcuni paesi come il Portogallo, addirittura il 50%. In Germania e in Italia, la media è comunque attorno al 30%. È chiaro però che questo fenomeno è accompagnato da quello speculare relativo alla natalità. C’è una dinamica continua di entrata e di uscita di imprese che sono accompagnate da entrate ed uscite di lavoratori. Proprio la dinamica e la flessibilità del lavoro autonomo lo rendono particolarmente interessante e rilevante nella società informatizzata, perché lo rendono più capace di muoversi in una realtà in continuo cambiamento. È del tutto evidente che questo non basta a spiegare il suo successo crescente. Un altro aspetto positivo sta nel fatto che nella società informatizzata il lavoro autonomo ha caratteristiche molto più innovative di quelle che aveva nella società della seconda fase di rivoluzione industriale. All’inizio il lavoro autonomo era prevalentemente o lavoro agricolo, quindi legato all’attività della terra, o lavoro autonomo di tipo artigianale. In Baviera, per esempio, non so perché erano ebanisti, e il mio cognome è un cognome che significa in tedesco, frei, libero, che vorrebbe dire una persona liberata dalla servitù della gleba in quanto artigiano. E l’artigiano, in una realtà con un dinamismo non molto marcato, era innovatore, lavorava la materia, faceva l’opera d’arte, aveva il modo di rendere redditiva la propria creatività. Nella società industriale il lavoro autonomo è invece normalmente un qualcosa di collegato al sistema industriale (inteso nel senso anglosassone multisettoriale) un "pezzo" di sistema produttivo dipendente esterno alla realtà d’impresa. Nella società informatizzata il lavoro autonomo riconquista dunque in misura notevole la propria capacità creativa, di lavoro capace di profonde innovazioni. Per innovare non è più necessario avere grandi capitali, ed è molto più importante il rapporto tra la persona e la macchina (il computer in primo luogo) come dimostra anche l’iniziativa odierna. Questa è una prima novità rilevante rispetto al lavoro autonomo della prima parte di questo secolo. Una seconda novità sta nel fatto che nella società informatizzata il lavoro autonomo ha una propria capacità di realizzare economie di scala ed economie di scopo, come dimostrano le ricerche che sono state fatte per esempio sui sistemi industriali integrati. Le economie di scala e di scopo producono vantaggi in termini di costo che normalmente nella seconda fase di rivoluzione industriale erano collegati alla produzione di massa (producendo una grande quantità di un determinato bene si produceva ad un costo minore per unità di prodotto). È chiaro però che per realizzare economie di scala e di scopo, economie di scala legate alla dimensione della produzione, di scopo legate alle interazioni e così via, bisogna che le aziende di piccole dimensioni si colleghino l’una con l’altra. L’azienda di piccole dimensioni da sola non ha capacità di sopravvivenza e la sola capacità creativa non è sufficiente ad assicurarne lo sviluppo. L’azienda di piccole dimensioni ha dunque bisogno di collegarsi in rete con altre aziende con le stesse caratteristiche. Queste reti integrate consentono economie di scala e di scopo addirittura superiori alle aziende di grandi dimensioni, tant’è vero che un famoso economista americano ha sostenuto recentemente che è necessario che la grande impresa acquisisca economia di scala e di scopo riorganizzandosi sotto forma di piccole unità produttive integrate. Abbiamo finora parlato di lavoro dipendente e di lavoro autonomo, vorrei ora soffermarmi su un terzo aspetto riferibile alle prospettive del lavoro nella società informatizzata. La più rapida comunicazione, la più rapida interazione e integrazione tra persone e strutture sociali, fa sì che questa società presenti una caratteristica molto importante: una massa enorme di bisogni che il sistema produttivo, in particolare quello che si riferisce ai normali meccanismi di mercato, non riesce a soddisfare. Si possono fare esempi in varie direzioni. Basti pensare ai bisogni connessi alla salute, a partire da quelli alimentari, ai bisogni di istruzione in senso lato che, come è ovvio, non possono essere finalizzati al pur importante aspetto del lavoro, all’uso corretto e soddisfacente delle risorse naturali. C’è un’esigenza forte di dare risposte positive a questi bisogni che solo in parte viene soddisfatta attraverso il lavoro dipendente utilizzato in quella direzione. Dunque anche per questa via vi è grande spazio per il lavoro autonomo, il lavoro individuale e quello di imprese di piccole dimensioni anche di tipo cooperativo. C’è un fabbisogno che deve essere soddisfatto e quindi c’è un canale aperto di potenzialità, di impiego di risorse umane che merita attenzione. Arriviamo con ciò al secondo significato del lavoro: il lavoro come bisogno in sé e non soltanto come canale attraverso cui si ottengono i mezzi per soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia. Il lavoro è infatti anche un bisogno in sé, come si coglie da tutta una serie di indagini che riguardano per esempio il lavoro giovanile. I giovani si sentono frustrati per la mancanza di lavoro non soltanto perché non ottengono reddito per soddisfare i propri bisogni, non hanno la possibilità di concorrere al reddito familiare, ma anche perché non riescono a soddisfare loro profonde esigenze che vanno al di là del reddito e sono in sostanza collegate alla capacità di organizzare la propria vita in un sistema di valori riconosciuto. In pratica il giovane non avendo il lavoro non riesce a organizzare la propria vita in modo organicamente inserito nel sistema di valori proprio della società nella quale vive. Ovviamente questo aspetto si collega ad altri aspetti, in particolare alla possibilità di contribuire a creare il proprio futuro che è fondamentale sia per i giovani che per gli altri. La possibilità di contribuire a creare il proprio futuro è un bisogno formidabile esistente in ciascuno di noi che porta ad esigere un lavoro non concepito come pura produzione di beni materiali, ma di creazione e di utilità in senso lato. La mancanza di lavoro produce profonde frustrazioni e finisce con l’essere fattore di emarginazione rispetto al contesto sociale. Questo vale ovviamente anche per chi un lavoro lo aveva e lo ha perso. L’operaio che non riesce a trovare altro lavoro, dopo avere avuto l’illusione che col lavoro nell’industria sarebbe stato lavoratore dipendente per tutta la vita con la garanzia di reddito per sé e per i propri familiari, vive in quanto componente della società una situazione particolarmente drammatica. Il lavoro concepito come bisogno di partecipazione attiva al sistema economico sociale viene ad essere un valore e un bisogno particolarmente importante. Concepire il lavoro come bisogno diretto che deve essere soddisfatto induce tutta una serie di riflessioni su quelle che possono essere le potenzialità di medio e lungo termine per la creazione di spazi lavorativi che consentano di soddisfare i bisogni potenziali non soddisfatti che prima ricordavo. A livello internazionale ci sono iniziative di estremo interesse in questa direzione. A parte il discorso che facevo prima relativo all’utilizzo del lavoro autonomo come spazio creativo che tenta di costruire qualcosa di assolutamente nuovo rispetto all’esistente e quindi di innovare dal punto di vista imprenditoriale, vi è tutta una serie di altre esperienze che fanno riferimento alla necessità di concepire il lavoro di cura, il lavoro destinato a soddisfare bisogni essenziali insoddisfatti che riguardano la cura propria e di altri, come forma di partecipazione al sistema economico e sociale in modo attivo. Questo carattere di partecipazione alla realtà collettiva può legare strettamente, in modo interattivo, il lavoro di cura al lavoro per il mercato. È chiaro che il lavoro di cura non è un lavoro al di fuori del mercato, non è soltanto un valore d’uso, è anche valore di scambio, comporta cioè uno scambio per partecipazione attiva alla realtà economico sociale. Ci sono esperienze, tipo banche del tempo, di estremo interesse dal punto di vista della possibilità di uno scambio a questo proposito. C’è un esempio che viene fuori dalla nostra esperienza odierna: la mia attività attuale è di questo tipo, cioè un lavoro di scambio, dato che partecipo a un processo di mia autoformazione, dato che sto imparando moltissimo dalla partecipazione a questa iniziativa, e nello stesso tempo sto dando in cambio il capitale umano e professionale accumulato attraverso la mia attività di formazione e di ricerca. Questo rapporto di scambio non è un rapporto monetario, però è sempre un rapporto di scambio e quindi ha un suo significato dal punto di vista del mercato in senso lato: anche se non è un lavoro mercantile in quanto tale è un lavoro che ha un suo significato. Gli spazi che si aprono sono estremamente interessanti, come dimostrano alcune esperienze a livello europeo. Come fare per coglierli appieno? Come creare nuovi lavori in questa società sempre più automatizzata? E’ il terreno di impegno e di ricerca per ciascuno di noi. |