QUALCOSA DI NUOVO TRANSITA

by Riccardo Dalisi

Chissà perchè pensando ad una ricerca sull’auto a Napoli, viene alla mente il dilettante Walpole (Horace 1717/1779) che tra un’avventura galante e l’altra concepiva il primo tipico romanzo nero, "Il castello di Otranto", ambientato nella luminosissima città di frontiera italiana. In poche pagine Mario Praz spiega bene come nasce e a cosa si ispiri tale famoso genere della letteratura inglese. Vi entrano Piranesi e Tasso, Michelangelo e Mozart del DonGiovanni e Salvator Rosa. Immagini, figure. Anche qui tutto sembra derivato da un sogno. Walpole racconta cosa lo aveva spinto a scrivere "Il castello di Otranto".
Sognai di vagare in un antico castello "nella cui più alta balaustra, di una grande sala, vidi una gigantesca mano coperta da un armatura". Un’immagine piranesiana, un sogno genera dunque un fortunatissimo genere letterario: tanti scrittori, tante edizoni, tanta economia. Se i sogni non sono realtà possono però creare realtà. Certo questo lo sappiamo bene. Se abbiamo realizzato qualcosa è perchè lo abbiamo sognato, perchè ne abbiamo sognato almeno una parte. Ma c’è ancora una cosa che dice Walpole che mi sembra interessante: "La sera mi misi a scrivere, senza la minima idea di quel che intendevo dire o riferire". Nacque così un opera di letteratura insolita e capostipite di molte altre.
E’ lo stato tra sogno e veglia, dopo un sogno, senza sapere minimamente cosa fare o disegnare, quello che ci interessa. Può nascere qualcosa di interesssante proprio da una tale verginità di condizionamenti: interessa appunto la fonte ispirativa ed è quello che già abbiamo cercato di sperimentare. A ben pensarci interessa vedere come nel bell’affresco di Praz materiali, riferimenti, suggestioni, rimbalzino da un capo all’altro dell’Europa e dei Tempi concorrendo tutti a definire, in forma ben precisa e connotata di opera letteraria, "Le romain noir".
Facciamo un esperimento: devo consegnare una scultura in pochi giorni. Mi viene in mente una sorta di manichino incompleto e da me scartato, in fil di ferro e filo spinato. Viene l’idea di farlo sormontare da un grande uccello nero. Perchè questa soluzione? Non la sento efficace. Si tratta di disegnare ora la sagoma in scala 1:1 esatta. Quale sarà quella giusta? Chi può dirlo? Eppure ci provo: la prima, la seconda, la terza è forse quella giusta. Ne disegno una quarta. Mi sembra quella più giusta e non sento di andare oltre. Nessun ragionamento al mondo può dire perchè è quella giusta. Il ragionamento è come il portatore di mattoni. Oltre quello, niente altro.
Più guardo la sagoma più mi convince: la vedo. E’ questo quello che cerchiamo.
Ho l’impressione, per quel che riguarda me, di cercare la linea che contenga i valori espressivi della forma, i suggerimenti funzionali, le possibilità applicative e tecniche, il segno dei tempi. E’ la ricerca della pietra filosofale? Certo tale linea scaturisce dal più profondo di noi stessi perciò si identifica con la ricerca di sè come in fondo il sogno del castello è un percorso all’interno di sè che Walpole compiva. La mano insanguinata di ferro è la presenza che scuote con la quale abbiamo a che fare. E’ noi stessi. E’ il percorso che invito a compiere agli studenti e che appassiona tanto perchè serve alla vita. Soprattutto alla vita.
Ritengo che l’auto del futuro, come ogni modello nuovo, venga da quelle zone del sogno. La ragione, le tecniche sono in contatto, lavoreranno ancillarmente. Non sono dopo tutto un’altra cosa. In un passo successivo Walpole racconta, dopo un viaggio a Venezia, che percepisce con terrore ed orrore il passare sotto il Ponte dei Sospiri: "Orrore e tetre prospettive ossessionano la mia via del ritorno. Non mi riuscì di desinare in pace, così fortemente impressionata era stata la mia fantasia, ma, afferrato il mio pennello disegnai abissi e cavità sotterranee, domini della paura e della tortura, con catene, cavalletti, ruote". Vecchie Fiat. Nello stile di Piranesi.
E dovremo fare come William Collins, poeta inglese del 700, che rievocando il Tasso della Gerusalemme liberata (1660) così si esprimeva: "Affascinante poeta la cui mente che non dubitava credeva alla magiche meraviglie che cantava! Onde ad ogni suono, la fantasia si accende, onde il suo caldo verso scorre con la più soave dolcezza: scorre liquido puro numeroso gagliardo e chiaro e riempe l’appassionato cuore e guida l’armonioso orecchio". Dovremmo possedere tale passione e tale capacità di farci prendere dall’emozione da trasfonderla nei nostri disegni, nei nostri propositi, nelle nostre azioni. Due temi in uno. Un auto più un contenitore. Un’auto città. Un’auto casa (che è il camper). Un’auto piazza. Un’auto alloggio. Un’auto luogo. L’auto oggi è un luogo di transito. L’auto giovani è l’auto jazz. L’auto panino. L’auto pizza.
L’architettura che si trasforma in funzione dell’auto. Una forma mobile non è solo mobile perchè cammina, cioè si sposta rispetto alla terra intesa come ferma. Una forma è mobile perchè la vedo mobile. A volte il treno lentamente si muove, mentre io credo che sia ancora fermo e ciò che è fuori mi sembra si muova. E’ un esperienza che si fa continuamente quando si viaggia in treno. Ebbene si può sperimentare di progettare qualcosa che sia ferma, come tradizionalmente deve essere l’architettura, eppure è come in movimento. Oppure possiamo pensare ad architetture spostabili, dinamiche come se fossero in moto.
I mezzi per affrontare tale problema in termini progettuali, sono, ad esempio, approcci rapidi e definiti a metà, come lo schizzare, l’uso della matita che corre veloce sul foglio. Ma, anche nella casa, nell’architettura, vi sono molti elementi mobili. Le porte si aprono continuamente, gli ascensori, i riscaldamenti, le tapparelle, le persiane. Sono aspetti e momenti trascurati. Vi possono essere pareti mobili che influenzano tutta la facciata di un edificio e tutto lo spazio che gli compete. Quest’idea di mobilità dell’architettura è un tema ancora intatto. Che ciò possa influire ed accompagnare comunque lo studio di un auto appare probante e da perseguire.
E’ la via che percorriamo!
In realtà si tratta di una visione diversa dell’architettura, perchè se l’architettura è spazio, diverso è lo spazio che percepisco, che concepisco, se vi è di mezzo il movimento.
L’architettura e lo spazio corrispondente si muovono quindi su due polarità: sul bisogno di stasi, dopo il movimento, e sul senso di stabilità e della continuità. Viene naturale il riconquistare il senso dell’ assialità e della verticalità che è la struttura origine dello spazio. E’ il senso base attorno a cui si muovono e si snodano poi tutte lo modularità dell’esperienza architettonica. D’altro canto vi è l’altra esperienza spaziale, quella data dal movimento che già fu adombrata sia dal futurismo che dal cubismo: adombrata nel tema effettuale del progetto architettonico, per altri versi ampiamente sperimentata. Certo a noi servono le immagini sfuggenti, evanescenti del futurismo e quelle snodate e sfaccettate del cubismo. Se non per una ripresa sperimentale per un aggangio al tema. Lo stesso dicasi per le ottocentesche sperimentazioni di Marey con la fotografia. Così come, anche per il progetto di un’auto ci servono, come serbatoio di immagini, le esperenze pittoriche. Ma già la pittura aveva fatto un passo avanti (Picasso con le Mademoiselles di Avignon) nel mondo della percezione e della figurazione perchè ci dimostra che "non c’era bisogna di tanti snodi e scomposizioni per ottenere il senso della quarta dimensione. Essa era dentro la figura stessa. La figura, ancorchè statica, aveva imprigionato il movimento". Non è forse un caso: quasi contemporaneamente lo studio delle auto si libera definitivamente dal ricordo della statica carrozzella e diviene figura in movimento, anche in riposo.
Il moto è confacente alla figura di un auto attuale. Può confrontarsi a tal uopo lo studio sul moto non solo di Marey ma anche di Duchamp. Trattasi di una mutazione antropologica nella figurazione. Infatti cambiano abitudini e modi di vedere, mutano i costumi. Nel museo etnologico di Stoccolma è ampiamente documentata la storia dell’auto svedese, e la sua evoluzione mostra un mutamento genetico dell’attrezzo, dell’abitacolo, delle potenzialità ma anche della capacità percettiva dell’uomo. Quanto gli impressionisti misero in crisi i Parigini con i loro esperimenti, questi non percepivano la figura nei loro quadri. Oggi si ritiene che l’auto abbia compiuto un ciclo e che ci si aspetti a mutare situazione. L’idea di abbinare in termini progettuali un progetto di architettura ed un progetto di un auto per giovani a me sembra interessante ed utile.