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by Riccardo Dalisi |
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Sono tornato da Stoccolma : sono disperato, ho visto le cose di Gennaro al punto di prima, le stesse sagome, niente progresso. La mia disperazione mi ha portato a prendere le forbicione e a tagliare su e giù le pance degli ammali. La spinta insostenibile è manipolare, accrescere, torcere, come a spremere il succo della forma. Finalmente uno spiraglio. escono cose interessanti le devo registrare bene. Da questo dipende il mio rapporto collaborativo con questa persona, le sorti della sua famiglia e del mio programma che e diventato parte della mia vita, una scommessa esistenziale molto profonda. Ho preso dei residui di ritaglio li ho legati sotto la pancia delle pecore e come se uscisse ciò che e dentro la pancia. La vita e una scatola, ha bisogno di un contenitore. Vi è il vento, Il pensiero, il sentimento., lo spirito che volano, ma hanno bisogno di. una casa. La nostra testa è una ciotola segreta dove riposano i pensieri. Il nostro cuore é una scatola dove riposano i sentimenti. La scultura e una scatola dove depositiamo ciò che non riesce ad essere contenuto in noi stessi. Perciò finora ho fatto solo contenitori ed in questo l'architettura e la scultura ed il design sono la stessa cosa. Ho messo una lucertola nella pancia di una pecora e quella è la sua casa. Vengono fuori delle sculture minimali, mi sembrano efficaci. Mansuetudine e disperazione, mansuetudine delle pecore che mi rassomigliano un po’, vengono fuori quando sto molto calmo, amo la cordialità e vorrei amare tutti. La disperazione a volte mi fa diventare violento ed anche questo e creativo. Oggi ho provato a mettere insieme tutte e due le cose, è venuto spontaneamente dal Gennaro assente. Domani verrà colle altre cose. Ho aperto una ferita nella pancia della pecora, vorrei farvi uscire la vita. Mi prende una grande furia, devo plasmare le cose. Una volta feci un crocifisso povero in tubi di latta, mi sembrava fiacco, senza pathos ed allora mi misi a martellarlo per dargli una forma più plastica. E poi era duro. Ed allora dagli a martellarlo sempre più forte. Mi prese una furia e quello era un crocifisso. E mi sembrava di martellare il Cristo. i suoi chiodi. Era terribile l'esperienza ma non potevo fame a meno. Ero forse io che ero crocifisso ? Si mescolavano le due cose. A lungo martellai: mi rendevo conto del paradosso perché in me c'era una identificazione. Il risultato fu soddisfacente trovai subito chi volle comprarlo appena visto. Ecco. Farò fare a Gennaro crocifissi, crocifissioni a tre. |