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by Riccardo Dalisi |
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Sono un professore, un designer, e quando disegno un oggetto,
disegno qualcosa che serve a comunicare.
Il successo di un disegno, un determinato segno, una determinata forma, sta in ciò che comunica
ed è una comunicazione rapida, veloce, che scavalca ogni spiegazione. Molto spesso sono le stesse aziende a chiederci di accompagnare l’oggetto con una frase poetica che lo spieghi, lo definisca. Se io, designer meridionale, sono riuscito a farmi spazio tra i molto agguerriti designers milanesi è stato proprio grazie a queste possibilità che avevo coltivate con la poesia. Ho avuto modo, tempo fa, di partecipare a dibattiti dove era presente questo giovanissimo architetto francese che sta costruendo la biblioteca di Parigi, che è la più grande del mondo. E’ un'opera tecnologicamente avanzatissima, ed impressiona il suo voler comunicare a grande distanza, e su altri codici. Mi sono reso conto così di dover realizzare un aggiornamento nei miei modi di pensare l’architettura, il design, e forse anche del mio modo di stare a contatto con gli studenti della facoltà di architettura, dato che da tutti i lati del mondo che mi circonda, mi viene questa urgenza. Partecipo spesso a mostre ed esposizioni (di quella più recente tenuta nelle scuderie di Palazzo Reale a Napoli ed in Rua Catalana trovate qui un ampio resoconto) e la parola Internet è entrata nella mia vita quando, non moltissimo tempo fa, mi ha telefonato un gallerista di una città del nord, che diceva: Se lei mi vuole conoscere, le do il numero di internet. Internet!? Ma è un mondo lontanissimo da me, perché diverse sono la mia cultura, e la mia capacità di incidere e di rispondere a una domanda. Persino quando sono aziende tedesche a chiedermi delle cose, sono cose che comunque fanno parte della nostra cultura, la quale per tradizione, per geografia, per humus culturale, per paesaggio, per clima, per temperamento, tende al mitico, al fiabesco. E' la cosiddetta napoletanità, anche se poi Napoli è stata anche la patria di grandi matematici e filosofi. Ma poi mi sono detto che proprio noi abbiamo tutte le carte in regola per unire questi due spazi, quello del mito, della fiaba e quello dell’avanzamento tecnologico. E nel momento in cui mi accingo a farlo, sento che non si tratta di una questione di aggiornamento, quanto di una questione di trasformazione, di un territorio da conquistare, quindi di una ricchezza maggiore da poter acquisire per poterla anche introdurre nelle cose che faccio e nei modi con cui gestisco le cose che faccio. Mi hanno molto impressionato recentemente degli oggetti fatti da lattonai napoletani su schizzi di Leonardo da Vinci, costruiti nella maniera in cui soltanto li può fare un artigiano povero che sia capace di tradurre con spontaneità, e semplicità, uno schizzo in un oggetto. Tali oggetti sembravano avere un grande potere comunicativo, quasi fossero la traduzione in tre dimensioni, e in un materiale, che poteva essere il rame, dello schizzo di Leonardo, schizzo che di per sé era già fortemente comunicativo, essendo stato concepito non come un fatto tecnico, ma come un qualcosa che doveva comunicare un idea. E, in fondo, cos’è la cosa più vicina all’idea? È o uno schizzo immediato, molto espressivo, o sono i numeri, qualcosa che è tradotto in quantità, in una lucida comunicazione quantitativa e scientifica. Io penso che questi due aspetti, comunicare per immediatezza e comunicare per complessità, come può lo schizzo, debbano essere integrati. Oggi, ero appena arrivato alla stazione di Napoli, quando ho sentito un napoletano dare un urlo, nel chiamare un suo amico, con una voce che aveva tutto, la volontà di comunicare con lui, l’ironia, la gioia di vederlo; quell’unico grido sembrava contenere un mondo ! Dubito che internet possa mai esprimere quel mondo, ma credo sia nostro dovere salvarlo, magari lanciando il grido tramite internet! |