I CACICCHI

Si erano mossi, ognuno dal proprio territorio, ciascuno richiamato dal segnale dell'altro, questa volta decisi a non fare passare l'oltraggio. Lì dove risiede il maximo, dapprima, non si diede peso alla cosa " siamo alle solite, vogliono qualcosa!"; poi, dall'alto del colle, una mattina videro comparire all'orizzonte le prime insegne, portate dai corifei, seguite dai carri e le portantine e poi dietro ancora cavalieri e poi una coda che s'ingrossava sempre più di appiedati; si accampavano distanti nella piana, montando tende e preparando fuochi e vettovaglie, mentre altre insegne giungevano, con pari seguito, nella giornata e in quelle successive. Il colle era circondato; non era un esercito di mercenari prezzolati, come era capitato altre volte, forse, non erano neanche guerrieri, era un popolo intero che si accampava dietro le tende dei capi. Dall'alto del colle si scrutava, alla curiosità era subentrata la paura, ma poi anche la riflessione: capire cosa era, forse si era alla vigilia di un evento storico.
E sacerdoti e chierici furono chiamati ad interpretare i segni e ad esprimere il loro pensiero. Non ne ebbero il tempo, perché si udirono squilli di tromba, rullii di tamburi e in un grande campo cacicchi e popolo tutti intorno si riunirono in arengo; ognuno parlò a lungo, chi con ampi riferimenti storici e chiose ermeneutiche, e chi con semplici parole da cacciatore o artigiano qual era; infine, tutti decisero di lanciare quello che fu detto il proclama dei cacicchi, i quali, così, sfidando la storia, elevarono il loro grido di dolore:" non siamo sindaci ".

non firmo, metto core battente
Napoli, addì 6 marzo 1999