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Ci unisce la più profonda, sincera antipatia reciproca. Specie con i capi, massimo con il lider maximo. Il valore ultimo della sinistra fu raggiunto a seguito di profondi travagli, crisi tormentose, collettive e individuali, una non breve e difficile fase di transizione in cui il vecchio e il nuovo strettamente avvinti come il "morto al vivo" si confondevano: il vecchio afflato di solidarietà di classe, di appartenenza, e il nuovo e prepotente fattore associativo: l'antipatia. Che cos'è mai questo novello collante dell'antico sodalizio sorto nel secolo breve per il sol dell'avvenire? Esso nasce come dissenso razionale, si contorce tra torto e ragione, si ripara sotto la protezione della sensibilità, si aggrappa all'ultima speranza dell'uomo della provvidenza, si alimenta del senso del sé, sprofonda nell'abisso dello scetticismo assoluto per infine riemergere come limpida e cristallina autocoscienza e senso di appartenenza: la comune inimicizia. Caduto il mito del principe, dopo l'ideologia della conquista del palazzo d'Inverno, si affermò l'assoluta e integrale laicità della politica, a sinistra. Coalizioni poliedriche, ribaltoni, trasversalità, autonomia e indipendenza del sociale, dal sociale. Tutto fu possibile. Anche un accordo, sempre trasversale, sulla riforma elettorale, maggioritaria, senza dubbio, che riservò un 5% di quota proporzionale per il diritto di tribuna. L'ultima tribuna per la sinistra italiana. non firmo, metto core battente
Napoli, addì 11 febbraio 1999 |
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