FARE I CONTI CON LA REALTA' CHE CAMBIA
by Sergio Cofferati


Sono un pò imbarazzato per le belle parole che avete speso e che in ogni caso devo dividere con il coautore. Il libro lo abbiamo scritto in due. Se qualcuno di voi ha intenzione di scrivere un libro, gli sconsiglierei di fare la stessa cosa, perché siamo arrivati al punto di rompere un’amicizia.
Come si fa a scrivere un libro in due? Si discute. E quando si discute, non avendo opinioni collimanti, si alza la voce e si arriva ad una soglia che è bene non travalicare. Dà grandi stimoli provare a scrivere delle cose assieme ad altri, ma espone anche a qualche rischio. Noi ci siamo fortunatamente sempre fermati ad un passo o anche a meno di un passo dalla rottura di un'antica e solida amicizia.
Uno degli elementi di discussione, non casualmente, è stato proprio il titolo, prima tra noi e poi con l'editore. L'intento provocatorio era così smaccato da essere colto immediatamente, e qualcuno si è anche irritato. Non è che ce l'avessimo in particolare con qualcuno. O forse si? Ma in ogni modo non abbiamo citato nessuno in maniera esplicita, perché nel corso di questi ultimi anni, soprattutto nell'arco di tempo che viene preso a riferimento dal libro e che viene in parte descritto, sono successe delle cose che non solo proviamo a descrivere cronologicamente, ma anche a commentare, e che hanno portato il sindacato italiano, in una fase di transizione profonda, a svolgere un compito e una funzione che non sono stati sempre propri. Io poi credo - come hanno detto alcuni dei miei interlocutori questa sera - che sia anche difficile, a volte addirittura sospetto, tracciare una linea di demarcazione molto netta. Però è vero che, di là dalle intenzioni soggettive del sindacato e dei sindacalisti, in qualche circostanza noi siamo stati vissuti e continuiamo ad essere vissuti come un grande soggetto che svolge funzioni che non sono in maniera stretta quelle che tradizionalmente gli sono state assegnate. Credo che ciò sia dovuto ad una certa sovraesposizione del sindacato, e, almeno in parte, alle conseguenze di una fase di transizione non interamente compiuta.
Il sindacato ha svolto in questi anni compiti di supplenza. In qualche circostanza ciò è apparso chiaro, in qualche altra un pò meno. Spesso questa supplenza non è stata voluta. Siamo stati costretti. Credo anche che abbiamo fatto bene ad invadere un campo che non era prettamente il nostro in virtù del fatto che gli altri, i soggetti di rappresentanza istituzionale e politica, in quel momento non avevano sufficiente forza per fare quello che toccava loro. L'esempio più clamoroso (anche lì c'è un sottotitolo volutamente provocatorio) è quando mi hanno detto che il governo Dini è stato un governo a maggioranza sindacale. Un governo che non aveva una maggioranza parlamentare o che se la doveva guadagnare quotidianamente aveva bisogno di un interlocuzione forte con la rappresentanza sociale, soprattutto con quella sindacale, per potere poi in parlamento avere una parte del consenso necessario per compiere le scelte impegnative, delicate, importanti, che a quel governo erano toccate in sorte.
L'esempio che la dice lunga su quale sia stata in quel momento la funzione del governo e il compito nostro sta proprio nella riforma delle pensioni. Se vi capita di chiedere a delle persone: "Chi ha fatto la riforma del 1995 delle pensioni?" vi sentirete rispondere nella stragrande maggioranza dei casi: "il sindacato", ignorando quelle persone, per un riflesso condizionato, che la riforma l'ha fatta il Parlamento (né poteva essere diversamente), e che il sindacato ha fatto un accordo che è solo parte di quella riforma, riguardando l'accordo il lavoro dipendente. Non ci siamo ad esempio, e giustamente, occupati del lavoro autonomo, di soggetti che non rappresentiamo, e, comunque, l'accordo poi è stato oggetto di una discussione lunga in Parlamento, di integrazioni e modifiche, e alla fine è stato approvato con un consenso molto ampio, molto più ampio di quello che era inizialmente il consenso disponibile per il governo Dini, dato che anche l'opposizione non ha votato in modo compatto contro quella soluzione.
Se la memoria non mi inganna, a votare contro la soluzione finale, furono soltanto Rifondazione Comunista e Alleanza Nazionale, mentre Forza Italia e altre forze di centro destra si sono astenute. Però nel sentir comune di tantissime persone le cose non sono andate così. Avremmo fatto noi la riforma!
Perché questo sentir comune? Per una sovraesposizione del sindacato che è durata lunghi mesi e che ha svolto una funzione parzialmente impropria. Del tutto propria invece è quella della negoziazione e della contrattazione per le materie che ci riguardavano.
Oggi le cose vanno un pò meglio. Con i risultati della consultazione si sarà concluso un altro iter impegnativo della riforma che abbiamo discusso e negoziato per i lavoratori dipendenti, solo per un parte, quindi, della platea dei cittadini interessati ad essa. E in maniera più chiara di quanto non lo fosse nel '95, ugualmente, questo governo ha avuto bisogno di un accordo con il sindacato per potersi presentare in Parlamento, dopo avere verificato l'esistenza di un consenso all'interno della sua maggioranza, senza rischi particolari. Tuttavia il ruolo e la funzione della rappresentanza sociale e di quella sindacale è un po' più definito di quanto non lo fosse nel '95. Ma guardate che abbiamo fatto questa volta esattamente quello che avevamo fatto nel '95, né più né meno!
Cosa è cambiato? Il fatto che la politica è più forte oggi di quanto non lo fosse nel '95. Il ruolo istituzionale e delle forze politiche è più marcato.
Non siamo ancora al di là della transizione, ma i suoi compiti e le sue funzioni sono un po' più visibili, un po' più nette anche nel sentir comune delle persone che noi rappresentiamo o, più in generale, dei cittadini. Ovviamente questo compito un po' particolare in questa fase altrettanto particolare di transizione ha caricato il sindacato di responsabilità, in qualche caso di consensi e di affetto per aver difeso e tutelato tante persone, ma anche di ostilità altrettanto forti.
Ancora oggi il sindacato italiano scatena delle passioni molto forti: affetto certo, ma anche un'ostilità preconcetta e atteggiamenti e giudizi a volte paradossali da parte dei nostri interlocutori.
Ci si rimprovera un giorno di occuparci di cose che non ci riguardano salvo il giorno dopo chiederci, da parte delle stesse persone, di occuparci ancora di altro.
Io resto convinto che sia indispensabile definire con precisione i compiti di ciascuno.
Quando penso al mestiere del sindacato, ne ho un'idea alta. Non voglio dunque con questo dire che dobbiamo arretrare, rinunciare a svolgere funzioni come quelle delicate di questi ultimi anni. Anzi, io credo che nella sua storia, il sindacato confederale italiano, non soltanto la CGIL, sia stato - come hanno sempre affermato anche a costo di qualche impopolarità Di Vittorio, Lama e i miei predecessori - un sindacato di rappresentanza generale che ha nella dimensione confederale la sua anomalia.
A differenza di quanto capita in altre parti di Europa, noi non siamo un'organizzazione di sole categorie o - peggio ancora - di professioni. Siamo un sindacato che vuole rappresentare una parte ampia, articolata e complessa della società italiana.
La nostra confederalità, la nostra anomalia, sta nell'essere in grado di rappresentare bisogni e interessi diversi e poi di mediarli. La mediazione degli interessi è cosa complicatissima perché significa qualche volta andare incontro a dei problemi anche con i tuoi rappresentati.
Non ci darà mai atto nessuno del fatto che quel governo anomalo, il governo Dini, e il Parlamento hanno varato la prima riforma delle pensioni dopo che per trent'anni tutti i disegni di legge entrati in parlamento, che prevedevano un cambiamento del sistema previdenziale, non sono mai andati al di là della discussione in commissione.
Nel Parlamento più diviso il governo più debole è riuscito nell'impresa di fare approvare un testo di riforma grazie a un rapporto dialettico, ma positivo, con il sindacato. Oggi si integra e si completa quella riforma. Nessuno ci darà mai atto, perché l'ingratitudine è degli umani, di essere riusciti laddove hanno fallito in tanti, in virtù proprio di questo carattere confederale del sindacato italiano. Se il Parlamento - e non vedo questo rischio - non cambierà l'impianto che abbiamo discusso, in materia previdenziale sarà finalmente disponibile un solo sistema di pensioni, con un'unificazione tra pubblico e privato, tra regimi ordinari e regimi speciali, che non si è mai avuta prima.
E guardate che il cambiamento riguarda persone che noi rappresentiamo! I dipendenti pubblici non sono rappresentati da altri. E’ questo sindacato a dire ai dipendenti pubblici che occorre unificare le loro condizioni previdenziali con quelle dei privati. In virtù di che cosa? Del suo tratto confederale, del fatto cioè che è in grado di rappresentare interessi diversi e di mediarli.
Il sindacato spiega loro che, per avere un sistema unico, bisogna che qualcuno accetti l'idea e la pratica dei sacrifici, che rinunci a delle aspettative. Poco interessa se erano legittime o meno queste aspettative. Quel che conta è che erano in campo. Questa originalità del sindacato italiano definisce anche il suo profilo, le sue funzioni, i suoi compiti. Da qui l'idea di una funzione alta del sindacato, ma anche di un mestiere preciso che non può sostituirsi ad alcuno.
C'è poi anche un altro aspetto. Il mestiere non è soltanto legato a questa idea alta della nostra funzione di rappresentanza generale e di soggetto politico, ma anche ad un'idea di distinzione di compiti e di funzioni in un sistema di regole nuove, quello introdotto nel '93.
La concertazione è per noi uno strumento importante, ma uno strumento non una politica, un mezzo non un fine. La concertazione non è il modo con il quale il sindacato viene legittimato, né può essere concepita come una prassi che esautora la funzione e il compito di altri. Per noi la concertazione è confronto preventivo, possibilità di discutere prima per verificare se esistono le condizioni per una convergenza.
È scomparsa dal panorama di questi ultimi anni una cosa paradossale che ha caratterizzato negativamente la storia delle relazioni sindacali degli ultimi decenni: il conflitto per errore, il conflitto per sospetto, il conflitto per negoziare. Fino a qualche anno fa, più o meno fino al '93, quando si rinnovava un contratto, il sindacato era costretto spesso a scioperare per vedere riconosciuto il diritto a trattare. Dal '93 in poi si discute prima che il contratto sia scaduto. Nella stragrande maggioranza dei casi, con qualche eccezione che però conferma la regola, il discutere prima porta a una sorta di miracolo. Si capisce qual è la reciproca opinione e la reciproca posizione e ci si mette d'accordo prima che sia scaduto il contratto. Sono spariti gli scioperi per avere il negoziato e dall'altro lato quella cosa orribile (anche la definizione era orribile) chiamata "vacanza contrattuale" che poi veniva coperta con l'una tantum erogata ai lavoratori.
Piccola cosa? A me non pare! È un elemento di civiltà nei rapporti introdotto da un sistema di regole e reso possibile dallo strumento della concertazione che prevede anche il confronto preventivo.
Non sempre ci si mette d'accordo. Il conflitto in una società democratica è del tutto fisiologico; non può essere patologia come quando si confligge semplicemente per vedere rispettato un diritto come quello a negoziare, a contrattare, o per vedere riconosciuto il ruolo delle rappresentanze sindacali in contrapposizione a quello della rappresentanza di interessi di impresa. Questo è l'effetto della concertazione che non esautora nessuno. Il Parlamento resta sovrano, la rappresentanza politica ha il suo ambito, così come quella istituzionale. Se però si dialoga e si arriva qualche volta allo straordinario e stravolgente risultato di intendersi prima di litigare mi pare che sia un passo in avanti di civiltà nelle relazioni.
C'è però chi concepisce la concertazione, anche dal versante sindacale, come una cosa un poco più vincolante. Noi non siamo di questa opinione. Si può e si deve arrivare, alla fine di questa discussione preventiva, a registrare se esistono opinioni convergenti. A questo punto la concertazione ha prodotto l'accordo. Se queste opinioni non sono convergenti ci si lascia con le distanze che sono proprie. Se quello che si consuma è un atto contrattuale ci sarà il conflitto. Se invece è materia che deve essere sottoposta a giudizio del parlamento, il parlamento deciderà autonomamente, legittimamente, avendo come elemento di valutazione l'opinione delle parti che si sono confrontate in precedenza. È un sistema di regole e di riduzione del conflitto alla pura dimensione fisiologica che però funziona se ciascuno fa il suo mestiere e non pretende di sostituirsi all'altro.
Vorrei a questo punto parlare un attimo di Philip K. Dick.
Io ho una passione antica per Philip K. Dick e lo considero un autore confinato ingiustamente nell'ambito della fantascienza. Chi non l'ha letto profitti del fatto che adesso c'è una riscoperta di questo autore, una sostanziale riedizione delle sue opere e di qualche inedito, non soltanto degli scritti di fantascienza.
Dick per me ha un fascino particolare perché scrive nell'America degli anni '50 e '60 di cose che riguardano un futuro a volte non lontanissimo. C'è una connessione sempre stretta tra la sua visione del futuro e le vicende sociali e politiche americane di quegli anni. Dick è un visionario capace di creare un'anticipazione del futuro che a volte ha dello straordinario. Premettendo che gli accostamenti sono volutamente forzati, qualche volta del tutto casuali, vi faccio un solo esempio per dirvi di come si può esserne anche soggettivamente catturati. Uno dei suoi libri forse non più belli, ma più famoso grazie alla sua versione cinematografica, Blade Runner, ha un titolo fascinosissimo per me: "The androids dream the electric sheep" (gli androidi possono sognare le pecore elettriche).
Nel mondo che lui descrive infatti, l'America di fine millennio, non ci sono più animali, salvo pochissimi esemplari posseduti da persone ricche. Il possesso degli animali segna dunque la gerarchia sociale e gli animali viventi sono sostituiti con animali elettrici, per esempio le pecore elettriche del titolo. Nel film, che è molto bello anche se discretamente infedele, quest'aspetto è totalmente ignorato. Nel romanzo ci sono due cose di straordinario fascino per l'Italia contemporanea. Una delle figure centrali del romanzo è un telepredicatore, Wilbur Merser, che costruisce il consenso attraverso l'uso della televisione e diventa una persona virtuale, che in verità non esiste, ma importantissima nella società americana, perché compare sistematicamente in televisione diffondendo la sua filosofia attraverso di essa.
Senza fare citazioni di nessun genere, se si accosta già questa cosa all'attualità italiana, c'è di che restare trasecolati. Ma la cosa più divertente è che Decar, questo poliziotto che ritira gli androidi fatti male perché troppo potenti (ne uccide sei nell'arco di una giornata) e che possiede una pecora (uno degli androidi poi la ucciderà buttandola dal tetto del suo palazzo), alla fine, andando alla ricerca di Wilbur Merser, sale su di una collina deserta e scopre tra i sassi, al posto del telepredicatore che tanto aveva influenzato la società e la politica contemporanea e che in realtà non esiste, un animaletto che lo sostituisce, un rospo. Se si fa un accostamento tra l'Italia degli anni '94 e '95 e questo romanzo c'è di che restare abbastanza inquieti. Decar poi, dopo avere ammazzati sei androidi nel giro di poche ore, torna a casa e si addormenta, e mentre lui dorme la moglie, dando una occhiata al rospo nella scatola, scopre che è elettrico.
Ma anche per "I simulacri" si possono fare accostamenti. La possibilità di parlare con persone non morte interamente, mantenute in uno stato di vita parziale, anticipa cose possibili negli anni a venire con molto fascino ma anche con una punta di angoscia. Eppure io non credo che Dick sia un visionario negativo. Ho colto in lui stimoli curiosissimi, premonitori di un futuro che può avere anche evoluzioni niente affatto negative. Lo stesso atteggiamento positivo spero sia anche nelle intenzioni e nell'orientamento della sinistra, di una sinistra che sappia fare i conti con tutta una realtà che cambia. Ovviamente nella sinistra ci metto anche, per quanto la collocazione possa apparire un po' impropria, il sindacato.
Detto questo, vorrei rispondere ora ad alcune delle osservazioni fatte dai miei interlocutori.
Io credo che il sindacato - nel libro gli ho dedicato lo spazio adeguato - dovrà tenere conto di tutti gli elementi di novità che gli si sono parati davanti nel corso di questi anni, non soltanto quelli che riguardano la pur delicata sistemazione delle regole e la definizione del proprio campo d'azione, del proprio ruolo e delle proprie funzioni, ma anche le novità di merito che riguarderanno l'economia, la società, la composizione e l'articolazione degli interessi che si vuole rappresentare.
Il punto più delicato per il futuro del sindacato è quello che non casualmente avete tutti, seppure in maniera diversa, sottolineato, e riguarda il rapporto con tutte le trasformazioni, a partire da quelle che vengono riverberate dall'introduzione delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi sul lavoro esistente. Cogliere questi cambiamenti, e rappresentare i bisogni delle persone che oggi lavorano alla luce di questi cambiamenti, è per noi molto importante, ma coniugare l'esercizio della solidarietà con le trasformazioni in atto, non è per nulla semplice.
Mi riferisco all'esempio dei pipistrelli, ma potrei farne molti altri. Ci sono mutamenti profondissimi nel modo di lavorare che hanno implicazioni immediate, dirette, automatiche, sulle persone che oggi sono occupate. So che quando si discute - è capitato a me come a molti dei presenti che fanno di mestiere il sindacalista - dei bisogni prevalenti, specialmente al Sud, il problema principale, quello che angoscia tutti noi, è il lavoro che manca, e quindi ci si dedica costantemente a sollecitare scelte o a proporre soluzioni in grado di creare occasioni di lavoro per dare una prospettiva positiva a tante persone che oggi non hanno questa certezza. Per questa ragione si può essere meno attenti o essere indotti ad una qualche distrazione sui problemi relativi alle trasformazioni del lavoro che c'è.
Le trasformazioni del lavoro esistente, anche di quello più tradizionale, sono profondissime, riguardano persone in carne ed ossa che noi vogliamo rappresentare. Credo sia importante conoscerle per orientarle nella direzione giusta perché il sindacato non può perdere i suoi radicamenti tradizionali. Trovare il modo di coniugare la conoscenza e la gestione delle trasformazioni con i bisogni delle persone che lavorano non è facile. Spesso poi questi bisogni sono in contrapposizione. Nella fabbrica tradizionale i mutamenti organizzativi con cui bisogna fare i conti sono a volte impensabili, hanno a volte dimensioni rilevantissime. Per darvi un'idea di cosa è cambiato nel volgere di venti anni, farò un esempio che mi riguarda molto da vicino.
La fabbrica nella quale lavoravo - ne parlo in parte nel libro - era un grande insediamento con oltre tredicimila persone. Oggi rimane un piccolo insediamento con poco più di tremila persone, mentre poco lontano vi è un'azienda nella quale si raggiunge lo stesso volume di prodotto che si raggiungeva con seimila persone nella fabbrica nella quale lavoravo. Lo stesso volume è prodotto da trecentocinquanta persone. In venti anni gli effetti della tecnologia sono stati questi.
Non ho mai pensato che fosse da ostacolare quel processo e so benissimo che una parte consistente del lavoro che si è perso per effetto della tecnologia è recuperato attraverso gli elementi collaterali che servono a far funzionare quei modelli organizzativi e ad utilizzare quella tecnologia, e so anche bene che quelle trecentocinquanta persone lavorano con uno sforzo fisico notevolmente inferiore a quello che toccava ai seimila che facevano lo stesso prodotto prima. Questi elementi positivi dell'evoluzione tecnologica e dell'innovazione vanno ovviamente gestiti, cercando di organizzare e di sollecitare l'utilizzo della ricchezza così prodotta per creare altre attività, altro lavoro, magari più qualificato rispetto a quello che esisteva in precedenza. Dobbiamo essere in grado di conoscere queste trasformazioni, di controllarle e di orientarle, al fine di allargare la base produttiva e di destinare risorse nuove alle realtà più deboli, non soltanto all'interno della stessa impresa, ma all'interno dello stesso territorio, e tra territorio e territorio.
Io credo che sarebbe oggettivamente difficile dare una prospettiva positiva al Mezzogiorno senza una crescita economica che renda disponibile delle ricchezze, delle risorse, da destinare ad esso. Spartire la miseria non corrisponde alle esigenze di nessuno. Il sindacato però deve essere nel frattempo in grado di conoscere il nuovo che nasce fuori dei suoi insediamenti tradizionali. Penso che uno dei problemi per noi sia questo. Siamo di fronte a delle trasformazioni che possono, almeno come dimensione e come profondità, essere non dissimili da quelli che hanno cambiato questo Paese negli anni '50, quando da paese sostanzialmente agricolo e rurale siamo diventati una potenza industriale. Anche allora il sindacato ha avuto problemi seri.
Gli insediamenti sindacali, le persone che dirigevano il sindacato, venivano da una certa esperienza e da una certa cultura e si trovavano di fronte un mondo nuovo che cresceva tumultuosamente, un mondo che bisognava conoscere perché vi ci si potesse radicare. Noi oggi siamo in una fase di transizione che ci porta da un sistema produttivo ed economico nel quale aveva una funzione rilevantissima l'industria, ad un mondo nel quale i servizi, le attività commerciali, saranno più pesanti e rilevanti di prima e soprattutto il modo di lavorare cambierà radicalmente.
Ci sono figure di lavoratori nuovi e lavori diversi da quelli tradizionali che il sindacato deve imparare a conoscere. Quello che con un termine terribile si chiama "lavoro parasubordinato", non è esattamente lavoro dipendente, ma non è neanche lavoro autonomo, bensì una quota d'attività, di prestazione in crescita quasi esponenziale. Bisogna conoscere questo nuovo lavoro, organizzarlo, ed essere in grado di rispondere alle esigenze di queste persone. Ovviamente è compito molto più delicato e difficile di quello che c'è toccato in precedenza.
La novità qui dove sta? Nel fatto che la crescita dell'attività industriale aveva un vantaggio per noi perché tutto avveniva nello stesso luogo fisico. Nascevano fabbriche allora, come quella dove ho lavorato io, con tredicimila persone. Parlare con tredicimila persone era relativamente semplice perché erano tutte lì. I problemi erano inediti, i loro bisogni altrettanto, ma fisicamente erano tutte nello stesso luogo. Oggi rischiamo di trovarci di fronte a tredicimila posti di lavoro diversi in tredicimila luoghi diversi. Questa frantumazione dei modelli organizzativi, il cambiamento della qualità del lavoro, rappresentano una sfida enorme per il sindacato. Il sindacato deve essere in grado rapidamente di rafforzare i suoi insediamenti, il lavoro tradizionale, il rapporto con i pensionati, e raggiungere una capacità di interlocuzione con questo mondo nuovo.
Io credo però che questo problema non sia solo del sindacato. Mi sento ogni tanto dire: "Siete un soggetto della conservazione perché siete in ritardo rispetto a queste trasformazioni." Io non ho nessuna difficoltà a convenire sul ritardo. Mi permetto però di far notare che non è semplicissimo stare al passo dei tempi, stante gli strumenti e gli elementi di conoscenza qualche volta non sufficienti di cui disponiamo. Faremo lo sforzo che serve. Mi chiedo però: "Ma gli altri sono tutti al passo coi tempi?". "Gli altri, la rappresentanza istituzionale e quella politica, si rendono conto di questa novità, la conoscono?"
Ad esempio, penso che per noi interloquire e intercettare questo lavoro nuovo sia reso sostanzialmente difficile dal permanere di alcune strutture borboniche nell'organizzazione di un lavoro diverso da quello che conosciamo. Gli ordini professionali sono gli strumenti di più forte conservazione, di privilegi e di condizioni particolari in una fascia di lavoro diffusissimo. E tra questi ci metterei anche quello dei giornalisti. Alberto Leiss parlava di quella assemblea a cui abbiamo entrambi partecipato. E’ un’assemblea nella quale penso di avere fatto una cosa che non riguarda direttamente il mio mestiere, di avere debordato da un compito e da una funzione. È vero che lì c'erano lavoratori rappresentati dal sindacato confederale, come quelli che organizza Rosario Strazzullo, il SLC, lavoratori legati alla sorte de "l'Unità", ma c'erano anche i giornalisti non rappresentati da noi. In che cosa ho svolto una funzione che non era totalmente mia? Nell'aver fatto un ragionamento di una qualche sensatezza in assenza di altri. Ma non dovevo essere il solo a dire quelle cose in quel momento e in quella sede.
Quello che voglio dire è che qualche volta nelle rappresentanze professionali non si trova la stessa disponibilità a ragionare di sé e delle cose che bisogna fare che si trova nel sindacato confederale. È poi curioso che da parte del sistema della rappresentanza politica si chieda sempre conto a noi. Che ci si possa criticare e chiederci in ogni momento di rispondere di quel che facciamo mi sembra giusto. Ma mi chiedo e vi chiedo:" perché solo a noi?" Tutti gli altri sono esentati dall'essere interrogati in pubblico sulle loro responsabilità, su come esercitano le loro funzioni?
Ovviamente tutto ciò che ho detto comporta che si definisca con precisione anche la forma della propria rappresentanza. Io credo che per quanto concerne il sindacato ci sia solo una via per identificare la propria capacità di rappresentanza: l'uso della democrazia basato sul voto. Noi siamo soggetti importanti per le cose che facciamo ma non sempre siamo leggittimati da un voto. Io non credo che sia da trasferire nella rappresentanza sociale il modello democratico che vale per la rappresentanza politica. Però, quanto più è trasparente e lineare la democrazia interna alle organizzazioni e quanto più lo è anche la modalità con la quale si esercita il proprio ruolo negoziale, tanto meglio è per la democrazia.
Non è accettabile che ci sia qualcuno che si sveglia il mattino, fonda un sindacato con tre aderenti e pretende di essere riconosciuto allo stesso modo con il quale vengono riconosciute confederazioni che hanno qualche decennio di vita e un certo numero di adesioni. È questo un primo problema irrisolto la cui mancata soluzione introduce condizioni di arbitrio.
Poi c'è il problema che riguarda le modalità con le quali si negozia e con le quali vengono alla fine formalizzati i risultati del negoziato. Mi permetto di far notare che ancora con l’accordo sullo Stato Sociale ci siamo esposti - ed è giusto che sia così! - al giudizio dei destinatari dell'attività contrattuale che abbiamo svolto. Non mi pare che nella società italiana questo capiti di frequente. Chi sta in Parlamento è leggittimato dal voto che lo elegge. C'è poi c'è una società di mezzo, articolata, complessa che esercita un potere consistente. Gli unici che si sottopongono al giudizio relativo alla propria attività alla fin fine sono i tanto criticati sindacati confederali. Gli accordi che contengono soluzioni vincolanti per molti vengono fatti quotidianamente in tanti settori. Sono tanti i soggetti che contraggono intese. Non ce ne è uno che si sottoponga al giudizio di chi dice di rappresentare.
È un problema solo nostro? Tutta la rappresentanza di interessi che precipita nelle organizzazioni imprenditoriali, per fare un esempio, non ha gli stessi nostri problemi di democrazia?
Mai che capiti una volta di sentir chiedere ad uno dei nostri interlocutori se quel che fa è dato da una legittimazione che abbia un minimo di riscontro nei suoi associati! Ma "chi rappresenta chi?" sarà pure un problema della democrazia che non può essere risolto e ricondotto soltanto all'ambito sindacale.
Non intendo ovviamente sfuggire alle osservazioni fatte sul Sud.
Non ho dubbi che il tema indicato da De Marco sia un tema importantissimo per il futuro del Mezzogiorno. Prescindiamo per un attimo da qual'è la forma della malavita che si fronteggia, se è la mafia, la 'ndrangheta o la camorra. È evidente oramai che la criminalità organizzata è contemporaneamente causa ed effetto dell'arretratezza del Mezzogiorno e che non si può separare l'intervento indispensabile contro la criminalità da un intervento fatto per ridare assetto e strutture economiche solide al Sud. Però, - lo dico a parzialissima scusante del sindacato e a giustificazione di qualche ritardo che pure c’è stato da parte nostra - quando ci siamo permessi di dire che per definire una politica per il Mezzogiorno degna di tal nome era indispensabile partire dalle ragioni strutturali della sua arretratezza, dalla quantità e dalla qualità delle infrastrutturazioni meridionali, le risposte che ci sono state date sono state altre. Nel Mezzogiorno oggi si lavora a fatica e si vive male perché le infrastrutture sono quelle che voi meglio di ogni altro conoscete. La pubblica amministrazione, che non brilla in tutto il Paese, in qualche territorio meridionale è ancor più inefficace di quanto non lo sia in alcuni territori del Centro - Nord. Ci sono possibilità di accesso alla ricerca, agli strumenti per la innovazione, alla stessa formazione, per quanto carenti, molto più consistenti al Nord di quanto lo siano al Mezzogiorno. Tra i ritardi strutturali da superare io ci metto quello riguardante una non adeguata comprensione dell'esigenza di combattere la criminalità organizzata con gli strumenti repressivi necessari e con la promozione di occasioni economiche nuove.
Tutte le volte che abbiamo provato a dire: "L'intervento meridionalista deve avere questo carattere organico" ci viene sempre risposto dall'altra parte, soprattutto da parte dei nostri interlocutori imprenditoriali: "Sciocchezze! Voi indicate i ritardi strutturali perché non volete parlare di mobilità e di flessibilità".
Noi siamo pronti a discutere di tutto, anche di mobilità e di flessibilità, ma non si può partire dalla coda. Quantomeno si affrontino i temi nel loro complesso! Poi ad ognuno di questi argomenti si provi a dare una risposta. Ma arrivati al dunque, mancando la possibilità di scegliere, le risposte sono disomogenee o addirittura ci si trova di fronte a delle vere e proprie fughe. Quando l'associazione degli industriali dell'Emilia ha detto al sindacato emiliano: "Abbiamo tantissimi posti di lavoro e vorremmo mobilità dal Mezzogiorno! Siete contrari?", abbiamo detto loro: "Siamo qui per discutere!" e abbiamo posto delle condizioni. Ma intanto il numero teorico dei posti di lavoro si è ridimensionato immediatamente e alle condizioni che abbiamo posto non si sono date risposte.
C'è una fase espansiva in alcuni settori. Noi siamo disposti alla mobilità, alla condizione che - ognuno dovrebbe considerarla una condizione vitale per il sindacato - la quota di espansione non si consolidi lì, ma la si acquisisca, sopratutto per quanto riguarda gli spazi e i mercati internazionali, e una volta acquisita, attraverso la mobilità per il periodo dato, la si trasferisca nel Mezzogiorno. Poi negoziamo pure le condizioni e le caratteristiche della mobilità, ma se la mobilità deve essere fatta a carico del singolo, è chiuso ogni ragionamento, non esistendo le condizioni materiali per attuarla. Devo dire che non abbiamo trovato dall'altra parte tanta disponibilità nè la necessaria interlocuzione.
Io penso che per risolvere fisiologicamente i temi della flessibilità e della mobilità si debbano offrire delle occasioni e consentire alle persone di scegliere.
E non mi piace uno scenario nel quale il sindacato si mette nelle condizioni di chi organizza la mobilità. La mobilità è una cosa che riguarda la singola persona e la singola persona deve essere messa in condizione di poter decidere se lavorare a Napoli o lavorare a Bologna. Gli sia data questa possibilità di scegliere che oggi non c'è.
Alcune di queste parole - come dico nel libro - diventano parole malate, assumono un carattere patologico. Noi invece siamo interessati alla normalità, la quale si ottiene solo con un intervento strutturale, di quadro.
Considerare la criminalità organizzata come fenomeno da aggredire e da abbattere è indispensabile. Noi siamo sempre stati interessati e disponibili a ciò. Nella finanziaria, ma anche nell'accordo che abbiamo fatto per la parte che va in finanziaria, ci sono alcuni capitoli molto importanti che vengono universalmente ignorati. Anche gli investimenti destinati a rafforzare nel Mezzogiorno la struttura di controllo e di prevenzione sono importanti, almeno quanto la creazione di posti di lavoro immediati, perché non basta incentivare gli investimenti se non si da agli investimenti la possibilità di essere realizzati, di essere gestiti correttamente, con la sicurezza di chi investe e delle persone che lavorano.
Io la sollecitazione la prendo come positiva e insisto nel dire che noi non siamo né contrari né ostili alla flessibilità, anzi, abbiamo disponibilità, ma quando diciamo: "Partiamo dagli interventi di carattere strutturale!" non ci si risponda che vogliamo evitare il discorso delicato e complesso delle flessibilità o della mobilità. Siamo disposti a parlare anche di quello. Chiediamo semplicemente ai nostri interlocutori che si rendano disponibili anche loro a parlare delle ragioni strutturali.
Vorrei dire che dei passi in avanti sono stati fatti, e io sono particolarmente soddisfatto anche del come alcuni temi, il Mezzogiorno da un lato, l'unità del paese dall'altro, sono ritornati ad essere argomenti centrali nel dibattito politico, senza negare per questo le esigenze di processi di articolazione e di diversa struttura del paese.
La cosa che abbiamo fatto il 20 settembre non era fuori dal nostro confine, perché per rappresentare dei diritti e dei bisogni come quelli che un sindacato rappresenta, c'è bisogno di un Paese che, pur con una struttura federale, rimanga unito. Non abbiamo parlato d'altro. Se il Paese si rompesse, non saremmo più in grado di essere un sindacato confederale.
Quando abbiamo fatto quella manifestazione l'abbiamo fatta con queste intenzioni. Ho la sensazione che non sia stata intesa in questo modo visti i commenti che ho sentito qualche giorno prima e ancora qualche giorno dopo.
L'intenzione non era certo quella di sostituirci ai partiti. L'unità di un Paese che costruisce il suo processo di articolazione istituzionale, per un sindacato confederale, è importante. E merita il massimo di attenzione e di iniziativa.